
Il principe Ali accusa Infantino di ricatto: «Premi negati, la FIFA ci ha chiesto il voto»
L'ex vicepresidente FIFA e capo della federcalcio giordana denuncia pressioni verbali durante il Mondiale 2026 per ottenere l'appoggio elettorale, mentre restano congelati i 4,2 milioni di dollari della Coppa Araba.
L’accusa è esplosa in un post sui social, con la forza di un siluro che colpisce la linea di galleggiamento di una FIFA già in piena tempesta. Il principe Ali bin Al Hussein, presidente della Federazione calcistica della Giordania ed ex vicepresidente del massimo organismo mondiale, ha denunciato pubblicamente Gianni Infantino per «ricatto». Al centro della bufera, la mancata erogazione dei premi della Coppa Araba FIFA 2025, un torneo in cui la nazionale giordana raggiunse la finale, perdendola contro il Marocco. Otto mesi dopo, quei 4,2 milioni di dollari – stando alle cifre riportate dalla stampa giordana – non sono ancora arrivati.
Il principe Ali ha ricostruito una sequenza di ostacoli che la sua federazione, alle prese con un budget minimo, ha dovuto affrontare in occasione della prima storica partecipazione a un Mondiale. Tifosi rimasti fuori dagli Stati Uniti nonostante i biglietti acquistati a «prezzi esorbitanti»; la tassazione imposta dal governo americano, tramite la FIFA, sui compensi di giocatori e staff, un onere che non ha toccato le squadre accampate in Canada e Messico; e, soprattutto, quei premi della Coppa Araba attesi da dicembre. «Per mesi la FIFA si è rifiutata di aiutarci su queste e altre questioni», ha scritto il principe, «finché durante il Mondiale mi è stato comunicato verbalmente che, se avessi appoggiato Infantino, ciò avrebbe contribuito enormemente ad aiutare la nostra federazione».
La risposta del dirigente hashemita è stata tagliente: «In Giordania ci vantiamo di difendere valori etici. Non lo abbiamo appoggiato prima e certamente non lo faremo ora. L’intera situazione equivale a un ricatto e ci rifiutiamo di cedere». La replica della FIFA, interpellata da diverse testate, non è arrivata. L’affondo giunge in un momento di acuta fragilità per Infantino, già costretto a ritirare il progetto di vendere una quota del 20% dei futuri ricavi mondiali a un fondo guidato da Joshua Kushner, dopo la rivolta di UEFA, CONCACAF e Confederazione asiatica, e il ritiro dell’appoggio di federazioni come Inghilterra, Galles, Finlandia e Svezia.
Ali bin Al Hussein non è un avversario qualunque: nel 2016 si candidò proprio contro Infantino per la presidenza FIFA, piazzandosi terzo, e già un anno prima aveva sfidato Sepp Blatter in un’elezione segnata dagli arresti di Zurigo. Oggi la sua denuncia innesta un nuovo fronte nella corsa verso il voto del 18 marzo 2027 a Rabat, in Marocco. Con la Giordania che ribadisce il suo no, il presidente in carica vede assottigliarsi ulteriormente il perimetro di un consenso che fino a poche settimane fa sembrava blindato.
| Stampa europea continentale | −0.20 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa latinoamericana | −0.80 | critical |
| Stampa atlantica / anglosfera | −0.40 | critical |
| Stampa russa e CSI | −0.20 | neutral |
Il principe ha parlato; riportiamo le sue parole senza abbellimenti. L'accusa sta come fatto.
Presentando l'accusa come una semplice citazione ed evitando commenti, il blocco crea un'apparenza di imparzialità pur diffondendo la rivendicazione.
Il blocco omette qualsiasi contesto sui piani di rielezione contestati di Infantino o sullo scandalo degli investimenti FIFA, lasciando la storia come un incidente isolato.
Denunciamo il ricatto di Infantino e stiamo con il principe Ali. Questo è un chiaro caso di corruzione che deve essere punito.
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