
Il ritorno di De Gaulle e Moulin: simboli di unità in un'Europa incerta
A Cannes due film celebrano i padri della Resistenza francese, mentre la corsa all'Eliseo si gioca sul loro lascito politico in tempo di caos globale.
A meno di due anni dalle elezioni presidenziali francesi del 2027, il fantasma del generale De Gaulle torna a dominare la scena politica e culturale. Da un lato, il Festival di Cannes ha offerto un palcoscenico inatteso ma significativo: fuori concorso è stato presentato «La Bataille de Gaulle. L’âge de fer», prima parte di un dittico sulla Seconda guerra mondiale, e il regista ungherese László Nemes ha portato «Moulin», un film che nei dieci giorni finali della vita dell’eroe della Resistenza ne restituisce il volto umano, lontano da ogni agiografia. Dall’altro, la campagna per l’Eliseo si infiamma attorno all’eredità gollista: secondo gli osservatori di Parigi, tutti gli aspiranti alla successione di Macron — dalla sinistra radicale all’estrema destra — rivendicano la linea di autonomia strategica e di difesa nazionale che fu del generale, in un momento in cui il secondo mandato di Trump a Washington ha scosso gli equilibri internazionali e alimentato un senso di caos diffuso.
L’incertezza sul prossimo inquilino dell’Eliseo è tale che a pochi chilometri da Parigi compaiono già i manifesti di François Asselineau, candidato marginale il cui unico programma è il Frexit — l’uscita dalla Ue, dall’euro e dalla Nato. Il suo attivismo precoce, con venature filorusse, può apparire aneddotico, ma secondo gli analisti di Bruxelles agita lo spettro di una campagna in cui il caos internazionale e la domanda di sovranità potrebbero radicalizzare il dibattito. In questo clima, la figura di Jean Moulin, il mediatore che nel 1943 seppe unire le frammentate forze antifasciste nel Consiglio Nazionale della Resistenza, torna a essere un simbolo potente. Nemes ha spiegato, in sede di presentazione, di aver voluto mostrare le due facce opposte dell’umanità: quella umanista, incarnata da Moulin, e quella concentrata sulla distruzione di ogni coscienza, impersonata dal boia Klaus Barbie.
Il nesso tra cinema e politica non è casuale. Nel film dedicato a De Gaulle, il regista Antonin Baudry ricostruisce l’esilio londinese del generale e il suo primo seguace, il luogotenente Geoffroy Chodron de Courcel, mentre fa apparire furtivamente Moulin come emblema della resistenza popolare. È un richiamo diretto a quella lezione di unità che oggi, secondo la prospettiva italiana, appare quanto mai necessaria: l’Europa fatica a trovare una voce comune sulla difesa e sulla politica estera, e la Francia resta il paese che più di ogni altro potrebbe trainare una linea di autonomia strategica. Ma la frammentazione interna — tra candidati gollisti di facciata e forze che sognano la rottura con l’Unione — rischia di indebolire proprio quel lascito.
Guardando avanti, il 2027 francese si annuncia come un crocevia per tutto il continente. La sfida non è solo chi siederà all’Eliseo, ma se saprà raccogliere l’eredità morale e politica di chi, come Moulin e De Gaulle, seppe resistere al fascismo e costruire una nazione sovrana. Gli osservatori di Bruxelles e Roma seguono con apprensione un dibattito in cui la storia viene brandita come arma elettorale, mentre il mondo reale chiede coerenza. Forse il vero insegnamento dei film di Cannes è che il simbolo funziona solo se non diventa santino: la complessità umana dei protagonisti, che Nemes ha voluto restituire, è l’unica garanzia contro la deriva retorica.
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