
Il ritorno di Miranda Priestly: quando il sequel supera il mito tra nostalgia e critica sociale
Il fenomeno sta già infiammando le sale di tutto il mondo: The Devil Wears Prada 2 incassa oltre cento milioni di dollari nel primo weekend, superando di gran lunga il già notevole risultato del film del 2006. Con dieci milioni solo dalle anteprime del giovedì, la pellicola si appresta a diventare uno dei più grandi successi dell'anno, confermando che la nostalgia, a Hollywood, è una macchina da soldi infallibile. Il filone dei legacy sequel, da Top Gun: Maverick a Twisters, ha dimostrato che riportare in scena personaggi amati dopo vent'anni funziona, ma questo ritorno ha qualcosa di diverso: non si limita a celebrare il passato, ma lo mette in discussione. Secondo gli analisti di mercato americani, il film è un caso di studio sulla capacità del cinema di raccontare il cambiamento culturale, e non solo quello delle passerelle.
Se nel 2006 Miranda Priestly rappresentava il potere glamour e spietato del fashion system, oggi la sua figura appare per molti versi anacronistica. La sequela, ambientata vent'anni dopo, esplora il mutamento del mondo del lavoro: la crudeltà gerarchica, un tempo quasi ammirata, non è più chic, come osservano i critici anglosassoni. In un'Europa che discute di settimane corte e benessere in ufficio, la trasformazione della celebre caporedattrice in un personaggio fuori sincrono risuona con particolare forza. E mentre a Bruxelles si dibatte di nuove leggi sulla trasparenza salariale, il film offre uno specchio deformato ma pertinente della fine di un'epoca in cui l'ambizione giustificava ogni abuso.
Ma dietro le quinte, la lezione di potere è tutta nel gioco delle trattative. Meryl Streep, che ha rivelato di aver inizialmente rifiutato la parte per spuntare un cachet doppio, ha insegnato a Hollywood che il valore si misura anche in contratti. L'episodio, raccontato in un'intervista corale con Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci — i quali hanno appena ricevuto le stelle sulla Walk of Fame — aggiunge un livello ironico al dibattito: l'industria che critica il capitalismo è la stessa che sa negoziare i propri profitti. E infatti il regista indiano Karan Johar, commentando il film, ha parlato di un'opera che parla del nostro tempo, capace di unire nostalgia e attualità in un equilibrio fragile.
Guardando avanti, il successo di The Devil Wears Prada 2 potrebbe ridefinire le regole del legacy sequel. Per il pubblico italiano, abituato a confrontarsi con una cultura del lavoro in evoluzione, la pellicola offre non solo intrattenimento, ma una riflessione su quanto il mito del capo carismatico e crudele sia davvero tramontato. Forse, come suggeriscono i critici europei, il vero lusso oggi non è più la borsa firmata gettata sulla scrivania, ma un ambiente dove creatività e rispetto convivano. E questo, per un sequel nato dalla nostalgia, è un risultato che va molto oltre il botteghino.
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