
Il Minotauro di Zvjagintsev: primo film sulla Russia in guerra, tra Cannes e l'oblio del Cremlino
Dopo nove anni, il regista torna a Cannes con un'opera che denuncia la corruzione e la guerra. Mosca prende le distanze, ma il film è già un caso.
Il ritorno di Andrej Zvjagintsev al festival di Cannes, dopo un'assenza di nove anni segnata da una grave malattia e dal conflitto ucraino, si consuma sotto il segno di una tensione politica inedita. Il suo "Minotauro", libero adattamento di un film di Claude Chabrol, è stato accolto come il primo lungometraggio di finzione che rappresenti la Russia durante quella che il Cremlino chiama "operazione speciale". Le prime recensioni lo descrivono come un'opera pacifista, se non apertamente anti-bellica: la vicenda di un triangolo amoroso si intreccia con la presenza ossessiva di simboli militari, manifesti con la 'Z' e reduci di guerra, in una città russa ricostruita interamente in Lettonia. Per il regista, intervistato dalla stampa svedese, era impossibile ignorare il contesto: "Non c'è modo di girare una favola o un melodramma staccato da ciò che accade ora".
La reazione di Mosca è stata gelida e distanziante. Il portavoce Dmitrij Peskov, interpellato dai giornalisti, ha dichiarato di non sapere di cosa parli il film, demandando ogni giudizio al ministero della Cultura. Un atteggiamento che, secondo osservatori europei, rivela l'imbarazzo del potere verso un autore che in passato aveva già sfidato il sistema con "Leviatano" e "Non amore". Proprio quest'ultimo, vincitore del premio della giuria a Cannes nel 2017, è stato definito dal produttore Aleksandr Rodnjanskij come il miglior ritratto dell'era putiniana. In un libro recente, Rodnjanskij analizza come quel film, con la sua rappresentazione di una società incapace di amore, anticipasse la desolazione morale e politica che oggi esplode nel conflitto.
La travagliata genesi del "Minotauro" aggiunge un ulteriore strato di lettura. Zvjagintsev ha raccontato ai media scandinavi di essere sopravvissuto per miracolo a una sepsi causata dal vaccino Sputnik, passando 40 giorni in coma in una clinica tedesca. Una vicenda personale che si intreccia con la parabola di un Paese sempre più chiuso e repressivo. Secondo gli analisti di Bruxelles, l'uscita del film coincide con un momento di irrigidimento culturale in Russia, dove il dissenso artistico viene sistematicamente soffocato: Zvjagintsev, esule volontario, è diventato un simbolo di quella diaspora intellettuale che continua a produrre opere critiche dall'estero.
Il dibattito attorno a "Minotauro" non si esaurisce a Cannes. Mentre il pubblico francese e la critica internazionale lo celebrano, in Russia le reazioni sui social oscillano tra l'ammirazione e l'accusa di tradimento. La pellicola, priva di un visto di censura a Mosca, difficilmente arriverà nelle sale russe. Ma per molti osservatori è già diventata una "maschera mortuaria" del Paese, come scrivono alcuni commentatori: il ritratto di una nazione che, isolata e in guerra, si rifugia in un passato mitologico, quello del Minotauro, senza affrontare il proprio presente. La domanda che aleggia, ora, è se opere come questa possano ancora incidere sul dibattito interno o se resteranno confinate nel circuito esule, lontane dal pubblico a cui vorrebbero parlare.
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