
Il tarifaço di Trump sul Brasile: pressioni commerciali e ombre sul voto di ottobre
Con dazi al 25% su quasi un quinto dell'export brasiliano, Washington accresce la tensione con Brasilia a tre mesi dalle presidenziali, mentre il governo Lula denuncia un'intromissione politica.
L’amministrazione statunitense ha confermato l’entrata in vigore, il 22 luglio, di una nuova tariffa del 25% su circa quattromila prodotti brasiliani, colpendo il 18% delle esportazioni del Paese verso gli Stati Uniti. Secondo i calcoli del Global Trade Alert, l’aliquota effettiva media sui beni brasiliani salirà così all’18,2%, rendendo il Brasile il secondo partner commerciale più tassato da Washington dopo la Cina. La decisione, basata sulla Sezione 301 della legge commerciale americana, era stata annunciata a metà giugno e ha resistito alle pressioni dell’industria brasiliana durante l’audizione pubblica di inizio luglio.
Secondo fonti del Planalto, le richieste poste dagli Stati Uniti durante i negoziati includevano l’azzeramento dei dazi su beni industriali, chimici, aerospaziali e automobilistici, oltre all’apertura del settore dell’etanolo, la rinuncia a regolamentare le piattaforme digitali e l’inclusione del sistema di pagamento PIX nelle trattative. Il governo brasiliano ha respinto queste condizioni, giudicandole inaccettabili e più dannose delle stesse tariffe. Da parte americana, il segretario di Stato Marco Rubio ha motivato la misura accusando il presidente Lula di non aver negoziato “in buona fede” e di aver anteposto “il proprio ego” a un accordo, dichiarazioni che l’Itamaraty ha definito “inaccettabili, arroganti e irriguardose”.
A tre mesi dalle elezioni presidenziali del 4 ottobre, la mossa commerciale assume un evidente significato politico. Analisti vicini a Bruxelles e a istituti di ricerca latinoamericani osservano che l’inasprimento tariffario coincide con il tentativo di Washington di condizionare la corsa elettorale, in un contesto in cui il presidente uscente Lula ha consolidato un vantaggio di otto punti sul candidato dell’opposizione Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, alleato di Donald Trump. Sondaggi recenti indicano che oltre la metà degli elettori attribuisce alla famiglia Bolsonaro la responsabilità del tarifaço, mentre il governo Lula capitalizza il sentimento di difesa della sovranità nazionale. Flávio Bolsonaro, che aveva visitato la Casa Bianca poche settimane prima, ha sostenuto di aver tentato senza successo di scongiurare i dazi, ma la sua vicinanza all’entourage trumpiano viene letta da ambienti governativi brasiliani come un fattore che ha favorito la decisione punitiva.
L’impatto economico immediato, stimato dalla Camera Americana di Commercio in oltre 11 miliardi di dollari di export a rischio, si somma a un calo delle vendite brasiliane verso gli Stati Uniti già registrato nel primo semestre del 2026 in venti dei ventisette Stati federati. I settori più esposti – calzaturiero, tessile, mobiliero, siderurgico e della carta – potrebbero beneficiare di linee di credito straordinarie allo studio presso il Ministero delle Finanze, mentre il governo ha escluso per ora l’applicazione immediata della legge di reciprocità. La prospettiva di un negoziato appare congelata: fonti dell’esecutivo brasiliano ritengono che Washington non riprenderà il dialogo prima del voto, e che l’esito elettorale determinerà il futuro delle relazioni commerciali bilaterali.
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