
Il terzo attentato a Trump e la violenza che divora l'America
La notizia è arrivata quando ormai l’ultimo caffè era stato servito e i corrispondenti si preparavano al discorso presidenziale: un uomo di trentun anni, Cole Tomas Allen, insegnante, ha aperto il fuoco nell’atrio dell’hotel Hilton di Washington prima della cena annuale con la stampa. Donald Trump è uscito illeso, ma il terzo tentativo di assassinio in due anni conferma una deriva che inquieta non solo gli Stati Uniti. L’istantanea di una pistola che spunta a pochi metri dal vicepresidente Vance, dal procuratore generale Blanche e dal direttore dell’Fbi Patel restituisce il clima irrespirabile di una superpotenza in cui la violenza politica sta diventando un linguaggio quasi ordinario. Non è una fatalità ma il precipitato di fratture profonde, lette con crescente allarme anche al di qua dell’Atlantico.
Gli analisti di Bruxelles, abituati a monitorare la tenuta delle democrazie liberali, osservano che il fenomeno non nasce oggi. Abraham Lincoln, James Garfield, William McKinley e John Kennedy sono caduti sotto i colpi di attentatori; Ronald Reagan fu ferito gravemente. Eppure la sequenza che ha preso di mira Trump – dopo il proiettile all’orecchio destro del luglio 2024 a Butler e un altro episodio durante la campagna – segnala uno scarto. Da Washington si sottolinea come ampi settori dell’elettorato, sia a sinistra sia a destra, ritengano ormai che le divergenze politiche non possano sempre risolversi per via democratica. L’ex presidente stesso, con il suo linguaggio incendiario, lo lascia intendere periodicamente, raccogliendo oggi ciò che ha seminato: un’erosione del tabù della violenza che, secondo i diplomatici europei, indebolisce l’intero Occidente nel momento in cui la guerra in Iran logora la credibilità strategica di Washington.
A rendere il quadro più cupo è la radice demografica e razziale che diversi osservatori, in particolare dalla prospettiva del mondo ispanico e dell’America Latina, mettono in primo piano. La presidenza Trump – si argomenta da Madrid come da Barcellona – è anche il prodotto della reazione di una minoranza bianca che si percepisce in via di perdita dell’egemonia etnica, destinata a diventare minoranza demografica entro un decennio. Questa angoscia identitaria, amplificata dall’enorme potere destabilizzante dei social network, alimenta l’estremismo di destra ma allo stesso tempo contagia l’intero spazio pubblico, alzando la temperatura fino a rendere l’attentato quasi un esito atteso. La stampa di Parigi parla di «banalizzazione» della violenza politica, mentre da Roma si segue con apprensione il destino di una nazione che resta il primo alleato dell’Italia in seno alla Nato.
Nelle prossime settimane il rischio maggiore è l’uso opportunistico dell’attentato. Un presidente indebolito dall’impopolarità crescente e dalla guerra in Iran, che secondo gli osservatori ginevrini di Le Temps lo sta trascinando in un pantano senza via d’uscita, potrebbe cavalcare la figura del martire per compattare la base e distogliere l’attenzione dal malessere economico e sociale. La democrazia americana, già provata dall’assalto a Capitol Hill del 2021, si trova davanti a un bivio: se il ricorso alla violenza verrà tollerato come strumento di lotta politica, a farne le spese sarà quel fragile equilibrio di poteri che ha retto il mondo occidentale per settant’anni. Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, l’unica bussola resta la difesa intransigente della via democratica, proprio mentre il rumore degli spari rischia di coprire qualsiasi appello alla ragione.
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