
Il caso Taj e il blocco canadese: lo sport iraniano nel mirino delle sanzioni
Non è bastato un visto diplomatico per varcare la soglia del Canada. Mehdi Taj, presidente della Federcalcio iraniana, e la sua delegazione sono stati respinti alla frontiera di Toronto, dove la polizia di immigrazione ha negato loro l’ingresso in territorio canadese. Destinazione ufficiale era Vancouver, dove si tiene il congresso annuale della Fifa, appuntamento cruciale a un anno dal mondiale 2026 che Canada, Stati Uniti e Messico ospiteranno insieme. Ma il viaggio si è interrotto prima ancora di cominciare: dopo ore di trattenimento in aeroporto, Taj e i suoi sono stati rispediti in Turchia, da dove erano partiti. L’episodio, che fonti iraniane definiscono «un insulto a uno degli organi delle forze armate», ha una spiegazione che va ben oltre la burocrazia dei visti.
Dal punto di vista di Ottawa, la decisione è stata inevitabile. Dal giugno 2024 il Canada ha inserito il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione islamica nella lista delle organizzazioni terroristiche, e Taj – secondo documenti pubblici e fonti di intelligence – ha ricoperto un ruolo di comando nell’intelligence dei Pasdaran a Isfahan. Per la legge canadese, l’appartenenza passata o presente a un’entità terroristica è motivo sufficiente per negare l’accesso, anche in presenza di un visto esecutivo. Il governo di Justin Trudeau ha ribadito che ogni richiesta viene valutata caso per caso, ma la linea è chiara: nessuna eccezione per lo sport.
A Teheran, la reazione è stata duplice. Da un lato, la Federcalcio ha cercato di minimizzare, parlando di «problemi di visto» e di «comportamento inappropriato degli ufficiali di frontiera». Dall’altro, i media vicini al regime hanno sottolineato l’umiliazione subita, trasformando l’accaduto in un affronto nazionale. La presenza iraniana al congresso Fifa era attesa anche per discutere questioni tecniche legate al mondiale, ma gli osservatori di Bruxelles e di Pechino notano che il vero nodo è politico: il regime iraniano cerca di separare lo sport dalle sanzioni, ma i Paesi occidentali non sono più disposti a concedere deroghe.
L’assenza di Taj e del segretario generale Hedayat Mombini lascia l’Iran senza rappresentanza in un momento in cui la Fifa sta definendo le ultime regole per l’assegnazione dei posti nelle qualificazioni asiatiche. Per l’Italia e l’Europa, la vicenda ha un valore esemplare: dimostra che i legami tra sport e politica diventano sempre più stretti, e che anche le federazioni calcistiche finiscono per pagare il prezzo delle tensioni geopolitiche. Il mondiale 2026 si avvicina, e il caso Taj potrebbe non essere l’ultimo.
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