
Inflazione in calo nelle emergenti, ma le banche centrali restano caute
I dati di luglio mostrano un raffreddamento dei prezzi in Indonesia, Messico e Brasile, trainato dal calo dei beni alimentari, mentre in Kenya i costi di trasporto tengono alta l’inflazione. Le incertezze geopolitiche frenano i tagli dei tassi.
I dati sull’inflazione di luglio 2026 dipingono un quadro contrastante tra le principali economie emergenti. In Indonesia, l’indice dei prezzi al consumo ha registrato una deflazione mensile dello 0,14%, portando il tasso annuo al 2,88%, in calo dal 3,34% di giugno. In Messico, l’inflazione nella prima metà di luglio è scesa al 3,1%, il livello più basso dal dicembre 2020, grazie al crollo dei prezzi di prodotti agricoli come pomodori e peperoncini. Anche in Brasile gli ultimi indici IPCA hanno mostrato variazioni inferiori alle attese, con una decelerazione attribuita principalmente al calo dei prezzi alimentari. In Kenya, invece, l’inflazione di luglio è salita al 6,5%, il secondo mese consecutivo sopra l’obiettivo del 5%, spinta dai costi di trasporto aumentati del 15,6% su base annua.
La dinamica dei prezzi dei beni alimentari è il fattore comune che ha favorito il raffreddamento in molti paesi. In Indonesia, la deflazione del gruppo volatile food (-1,68% mensile) è stata trainata da un’impennata dell’offerta di scalogno, peperoncino cayenna e peperoncino rosso. In Messico, il calo dei prodotti agropecuari ha permesso all’inflazione di scendere rapidamente da maggio. In Brasile, la perdita di forza inflazionistica è derivata soprattutto da shock positivi di offerta nel settore alimentare, senza una relazione diretta con la politica monetaria restrittiva. Al contrario, il Kenya sconta la dipendenza dalle importazioni di petrolio: il conflitto in Medio Oriente ha fatto lievitare i prezzi dei carburanti, con effetti a catena sui trasporti e, di riflesso, sul paniere dei consumatori.
Le banche centrali mantengono un atteggiamento prudente. Bank Indonesia, attraverso il direttore esecutivo Ramdan Denny Prakoso, ha dichiarato che l’inflazione resterà sotto controllo nel range 2,5±1% per tutto il 2026 e il 2027, grazie alla sinergia con il governo nei programmi di stabilità alimentare. In Kenya, l’associazione bancaria prevede che la banca centrale manterrà il tasso di riferimento all’8,75% nella riunione dell’11 agosto, in attesa di valutare gli effetti del conflitto mediorientale. Il governatore ha finora considerato transitoria la ripresa dell’inflazione, ma i banchieri restano vigili sui possibili effetti di secondo impatto. In Messico, gli analisti consultati da Banxico hanno migliorato le previsioni di crescita per il 2026 all’1,2%, ma vedono l’inflazione chiudere l’anno al 4%, ancora lontana dall’obiettivo del 3%.
Il Brasile rappresenta un caso a sé: i mercati scontano già un allentamento monetario, con le proiezioni per il tasso Selic a fine 2026 scese dal 14% al 13,75% in una sola settimana. Tuttavia, un economista brasiliano mette in guardia da un ottimismo prematuro, citando due rischi concreti: la possibile ripresa del conflitto in Medio Oriente, che spingerebbe al rialzo il petrolio, e la politica fiscale espansiva del governo, che alimenta la domanda di consumo nei settori dei trasporti e dell’edilizia. Anche in Kenya, nonostante la stabilità del cambio (scellino tra 129 e 130 per dollaro) e gli interventi pubblici come il dimezzamento dell’IVA sui carburanti, l’incertezza geopolitica rimane l’ago della bilancia per le prossime decisioni di politica monetaria.
| Stampa africana subsahariana | −0.20 | neutral |
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I banchieri kenioti interpretano le tensioni in Medio Oriente come una fonte persistente di rischio inflazionistico, giustificando una posizione restrittiva.
Citando specifici obiettivi di inflazione e crescita del credito privato, la narrazione basa la propria cautela su parametri numerici piuttosto che su congetture.
La narrazione negativa omette qualsiasi dato nazionale che suggerisca un allentamento dell'inflazione in Kenya, concentrandosi esclusivamente sul dato superiore al target.
Analisti messicani e brasiliani riconoscono il recente sollievo dall’inflazione ma lo inquadrano come temporaneo, guidato da shock di offerta, sostenendo quindi una cautela continua.
Scomponendo le componenti dell’inflazione (prezzi alimentari, shock di offerta), creano una narrazione analitica che svaluta i miglioramenti superficiali e sottolinea la fragilità strutturale.
L’analisi omette qualsiasi menzione di un controllo dell’inflazione riuscito attraverso il coordinamento politico, come evidenziato nel blocco del Sud-est asiatico, enfatizzando invece la natura temporanea della disinflazione.
Bank Indonesia presenta il controllo dell’inflazione come risultato diretto del suo quadro politico coordinato, posizionando la banca centrale e il governo come efficaci gestori della stabilità dei prezzi.
Mettendo in primo piano la sinergia istituzionale e programmi specifici (TPIP, TPID, sicurezza alimentare), la narrazione crea una catena causale dall’azione politica all’esito positivo, deviando l’attenzione dai rischi esterni.
La narrazione positiva omette qualsiasi menzione dell’inflazione persistente in altre economie emergenti o dei rischi geopolitici che hanno tenuto in allerta altre banche centrali, concentrandosi esclusivamente sul successo interno.
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