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sabato 25 aprile 2026

Iran, 57 giorni di blackout: la doppia strategia digitale del regime

Sono trascorse più di otto settimane, cinquantasette giorni per l’esattezza, da quando l’Iran ha imposto il più lungo oscuramento digitale della sua storia repubblicana. Un interruttore che, secondo il watchdog indipendente NetBlocks, ha già superato le 1344 ore consecutive di blackout, tagliando fuori ottanta milioni di persone dalla rete globale. La mossa, scattata immediatamente dopo gli attacchi congiunti americani e israeliani su Teheran del 28 febbraio scorso, non ha semplicemente zittito il dissenso: ha separato famiglie, soffocato voci critiche e inferto un colpo durissimo a un’economia già provata da sanzioni e inflazione. Mai nella regione mediorientale si era assistito a una simile amputazione telematica di massa, un evento che per portata e durata ridisegna i confini del controllo autoritario nell’era digitale.

Il conto economico di questa sospensione forzata è ancora difficile da quantificare ufficialmente, ma le proiezioni disponibili parlano di milioni di iraniani rimasti senza lavoro. L’agenzia Ilna, citando l’ultimo sondaggio diffuso da strutture vicine al Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, ricorda che quasi il 15 per cento della popolazione utilizza i social media come fonte primaria di reddito o come sostegno indispensabile al bilancio familiare. Tradotto in termini sociali, significa un ceto medio-urbano in caduta libera, piccoli imprenditori digitali cancellati in poche ore e una generazione giovane, connessa e cosmopolita, respinta in un Medioevo informatico. Nell’ottica di Bruxelles, tutto ciò aggrava lo spettro di una crisi umanitaria capace di riverberarsi sull’Europa: l’Italia, in particolare, osserva con apprensione il rischio di nuove ondate migratorie e la paralisi dei già fragili canali commerciali con Teheran.

Mentre l’isolamento digitale stringeva nella morsa la società civile, il regime ha cominciato a scucire il velo – ma solo per una parte. Fonti interne al Majlis, il parlamento iraniano, rivelano una scelta deliberata: concedere accesso non filtrato ai sostenitori della Repubblica Islamica, a chi si incaricherà di esportare la narrativa ufficiale all’estero. «La Repubblica Islamica – ha dichiarato Ahmad Bakhshayesh Ardestani, membro della commissione per la sicurezza nazionale – ha concluso di dover trasmettere il proprio racconto, fornendo internet a una cerchia che agisca fuori dai confini». È lo svelamento di un’architettura a due velocità, già parzialmente applicata: mentre il ministro degli Esteri Abbas Araghchi può permettersi di twittare regolarmente la linea della leadership, il grosso della popolazione arranca su connessioni strozzate o completamente assenti. Per gli osservatori del Golfo, questa gestione selettiva conferma che la paura del contagio informativo post-attacco ha spinto Teheran a trasformare l’emergenza in un laboratorio di controllo sociale a lungo termine.

L’analisi che arriva dagli ambienti diplomatici europei sfuma i contorni della condanna con il pragmatismo di chi deve tenere aperti i canali del negoziato nucleare. Da Washington, la recente proroga della tregua da parte del presidente Trump aggiunge un paradosso: mentre si discute di armistizio, l’Iran innalza la sua cortina digitale più alta, rivelando una leadership che si sente vulnerabile sul piano militare ma irremovibile sul fronte interno. La Neue Zürcher Zeitung nota, non a caso, che la parziale riapertura della rete è accompagnata da un rafforzamento dei meccanismi di sorveglianza, come se il regime volesse compensare il disgelo tecnico con una vigilanza politica ancora più pervasiva.

In prospettiva, la leva digitale si conferma un termometro della tenuta del sistema. La creazione di un’Internet a caste – aperta ai fedeli, ostile al cittadino comune – rischia di cronicizzare una frattura che sopravvivrà all’eventuale ripristino integrale delle linee. Per l’Italia e l’Europa, l’interrogativo non è più soltanto come condannare la repressione, ma come accompagnare una società civile iraniana che, anche sotto il velo dell’oscurità imposta, ha dimostrato che l’accesso alla rete non è ornamento ma infrastruttura essenziale della resilienza democratica.

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Iran, 57 giorni di blackout: la doppia strategia digitale del regime

Sono trascorse più di otto settimane, cinquantasette giorni per l’esattezza, da quando l’Iran ha imposto il più lungo oscuramento digitale della sua storia repubblicana. Un interruttore che, secondo il watchdog indipendente NetBlocks, ha già superato le 1344 ore consecutive di blackout, tagliando fuori ottanta milioni di persone dalla rete globale. La mossa, scattata immediatamente dopo gli attacchi congiunti americani e israeliani su Teheran del 28 febbraio scorso, non ha semplicemente zittito il dissenso: ha separato famiglie, soffocato voci critiche e inferto un colpo durissimo a un’economia già provata da sanzioni e inflazione. Mai nella regione mediorientale si era assistito a una simile amputazione telematica di massa, un evento che per portata e durata ridisegna i confini del controllo autoritario nell’era digitale.

Il conto economico di questa sospensione forzata è ancora difficile da quantificare ufficialmente, ma le proiezioni disponibili parlano di milioni di iraniani rimasti senza lavoro. L’agenzia Ilna, citando l’ultimo sondaggio diffuso da strutture vicine al Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, ricorda che quasi il 15 per cento della popolazione utilizza i social media come fonte primaria di reddito o come sostegno indispensabile al bilancio familiare. Tradotto in termini sociali, significa un ceto medio-urbano in caduta libera, piccoli imprenditori digitali cancellati in poche ore e una generazione giovane, connessa e cosmopolita, respinta in un Medioevo informatico. Nell’ottica di Bruxelles, tutto ciò aggrava lo spettro di una crisi umanitaria capace di riverberarsi sull’Europa: l’Italia, in particolare, osserva con apprensione il rischio di nuove ondate migratorie e la paralisi dei già fragili canali commerciali con Teheran.

Mentre l’isolamento digitale stringeva nella morsa la società civile, il regime ha cominciato a scucire il velo – ma solo per una parte. Fonti interne al Majlis, il parlamento iraniano, rivelano una scelta deliberata: concedere accesso non filtrato ai sostenitori della Repubblica Islamica, a chi si incaricherà di esportare la narrativa ufficiale all’estero. «La Repubblica Islamica – ha dichiarato Ahmad Bakhshayesh Ardestani, membro della commissione per la sicurezza nazionale – ha concluso di dover trasmettere il proprio racconto, fornendo internet a una cerchia che agisca fuori dai confini». È lo svelamento di un’architettura a due velocità, già parzialmente applicata: mentre il ministro degli Esteri Abbas Araghchi può permettersi di twittare regolarmente la linea della leadership, il grosso della popolazione arranca su connessioni strozzate o completamente assenti. Per gli osservatori del Golfo, questa gestione selettiva conferma che la paura del contagio informativo post-attacco ha spinto Teheran a trasformare l’emergenza in un laboratorio di controllo sociale a lungo termine.

L’analisi che arriva dagli ambienti diplomatici europei sfuma i contorni della condanna con il pragmatismo di chi deve tenere aperti i canali del negoziato nucleare. Da Washington, la recente proroga della tregua da parte del presidente Trump aggiunge un paradosso: mentre si discute di armistizio, l’Iran innalza la sua cortina digitale più alta, rivelando una leadership che si sente vulnerabile sul piano militare ma irremovibile sul fronte interno. La Neue Zürcher Zeitung nota, non a caso, che la parziale riapertura della rete è accompagnata da un rafforzamento dei meccanismi di sorveglianza, come se il regime volesse compensare il disgelo tecnico con una vigilanza politica ancora più pervasiva.

In prospettiva, la leva digitale si conferma un termometro della tenuta del sistema. La creazione di un’Internet a caste – aperta ai fedeli, ostile al cittadino comune – rischia di cronicizzare una frattura che sopravvivrà all’eventuale ripristino integrale delle linee. Per l’Italia e l’Europa, l’interrogativo non è più soltanto come condannare la repressione, ma come accompagnare una società civile iraniana che, anche sotto il velo dell’oscurità imposta, ha dimostrato che l’accesso alla rete non è ornamento ma infrastruttura essenziale della resilienza democratica.

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