
La notte dei seicento droni e la guerra che cambia pelle
L’alba di sabato ha restituito all’Europa le immagini di un palazzo sventrato a Dnipro, nella regione centro-orientale dell’Ucraina, colpito due volte nel giro di poche ore da una pioggia di ordigni russi. È stato il più massiccio attacco aereo notturno da settimane: secondo le forze armate di Kiev, Mosca ha lanciato oltre seicento droni e quarantasette missili, quasi tutti intercettati dalla contraerea ucraina. Eppure, ciò che è passato ha ucciso almeno sette persone – alcune fonti locali alzano il bilancio a nove – e ne ha ferite più di trenta, tra cui un bambino di nove anni. Il presidente Volodymyr Zelensky ha parlato di una notte «praticamente interminabile», mentre i soccorritori scavavano ancora tra le macerie alla ricerca di sopravvissuti. Il doppio colpo sul medesimo quartiere residenziale, denunciato dal sindaco Borys Filatov, che ha sfiorato la morte, rivela un’intenzione di colpire il tessuto civile con precisione ripetuta, non il rumore di una rappresaglia casuale.
L’attacco su Dnipro non è stato un evento isolato. Da Mosca, dove ormai le incursioni notturne sono quasi una routine bellica, si continua a puntare su quantità e saturazione, saturando i cieli ucraini per logorare le difese. Secondo gli analisti di Bruxelles, l’Unione Europea ha risposto con due mosse che segnano una nuova fase del conflitto: l’approvazione formale di un prestito da novanta miliardi di euro per Kiev e un nuovo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Il tempismo non è casuale: mentre le bombe cadevano su Dnipro, i ministri delle Finanze dell’Eurozona sigillavano un impegno che va ben oltre il soccorso d’emergenza, configurando un sostegno strutturale a lungo termine. Da Pechino, invece, non sono arrivati segnali di condanna, in linea con una postura che continua a usare il conflitto come leva geopolitica senza mai nominarlo apertamente.
La geografia della guerra si è allargata in modo tangibile anche per l’Europa orientale e per la Nato. Durante il raid, due caccia Eurofighter Typhoon della Royal Air Force, in missione di polizia aerea in Romania, si sono alzati in volo e – per la prima volta – avrebbero abbattuto droni russi sconfinati nello spazio aereo romeno. Il ministero della Difesa britannico ha smentito l’abbattimento, ma Bucarest ha confermato il ritrovamento di frammenti di drone sul proprio territorio, con danni materiali. L’episodio, letto nell’ottica di Washington, avvicina l’Alleanza atlantica a un punto di attrito diretto che fino a ieri si cercava di evitare con un lessico prudente. Non è più solo una questione di forniture militari: il conflitto sta erodendo i confini della guerra per procura.
All’interno dell’Ucraina, intanto, emergono crepe che vanno oltre la retorica della resistenza. La destituzione di un comandante militare nella regione di Kharkiv, decisa dopo la diffusione di immagini di soldati scheletrici e denutriti al fronte, ha acceso un dibattito aspro sulla logistica e sulla condizione delle truppe. L’opinione pubblica di Kiev, pur compatta contro l’invasore, inizia a interrogarsi su sprechi e negligenze che minano la tenuta dell’esercito. Non è un segno di cedimento, ma la spia di una società che, al quarto anno di guerra, cerca di mantenere coesi il fronte interno e quello esterno, mentre Zelensky stesso vola in Azerbaigian e in Arabia Saudita per tessere alleanze al di fuori del tradizionale ombrello occidentale. L’ottica di Riad, interessata a un ruolo di mediazione, si intreccia con la necessità ucraina di diversificare i sostegni in un Medio Oriente sempre più strategico.
Ciò che si profila non è soltanto l’ennesima escalation in una guerra di logoramento. L’uso sistematico di droni a basso costo per saturare i cieli, la risposta di Kiev con incursioni a quasi duemila chilometri di distanza – come quella su Ekaterinburg, nella Russia profonda – e l’estensione del conflitto allo spazio aereo Nato stanno ridisegnando i contorni della sicurezza europea. Bruxelles e Washington si troveranno presto a dover decidere se questo conflitto rimane confinabile in un “teatro” o se è già diventato una guerra diffusa, combattuta nelle città ucraine ma avvertita sempre più come propria dal fianco orientale dell’Alleanza. L’Europa, stretto tra la fatica del sostegno economico e la necessità di non apparire debole, osserva i palazzi crollati di Dnipro con la consapevolezza che il prossimo frammento di drone potrebbe cadere anche da questa parte del confine.
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