
L’inflazione alimentare in Iran vola al 96%: allarme FAO, ripercussioni sul Mediterraneo
Il dato è di quelli che fanno tremare le cancellerie non solo mediorientali ma anche europee: nel primo mese del nuovo anno persiano – il farvardin 1405, corrispondente all’aprile del 2026 – l’indice dei prezzi del cosiddetto «gruppo specifico dei beni» ha registrato un balzo del 95,7 per cento su base annua. Lo ha certificato la Banca centrale della Repubblica Islamica, aggiungendo un dettaglio ancora più inquietante sul fronte sociale: i soli alimentari hanno segnato un rialzo del 9 per cento rispetto al mese precedente, portando la spesa per i generi di prima necessità ad assorbire ormai l’85 per cento del reddito minimo di una famiglia iraniana. Non a caso la FAO, che ha il suo quartier generale a Roma, ha inserito l’Iran nel ristretto gruppo di Paesi in «stato di allerta per l’inflazione alimentare», insieme a Sudan e Sud Sudan.
La cifra del 95,7 per cento non è l’unico termometro di un’economia febbricitante. L’inflazione complessiva a dodici mesi si attesta al 50,6 per cento, ma è il differenziale tra i prezzi dei beni essenziali e il resto del paniere a raccontare una forbice pericolosa. A dispetto di un tasso di cambio ufficiale che le autorità cercano di governare con micro-aggiustamenti – il dollaro per le transazioni commerciali si muove intorno a 140.700 rial – il mercato interno corre per conto proprio. Esemplare è la dinamica delle automobili: in una sola settimana, mentre la quotazione del dollaro sul mercato libero restava stabile, i listini dei veicoli sono cresciuti di oltre il 10 per cento, con vette fino a cinquecento milioni di rial in sette giorni. Un disancoraggio che secondo gli analisti di Teheran segnala che le aspettative inflazionistiche si sono ormai rese autonome da ogni riferimento valutario.
Anche l’oro traduce questa fibrillazione. La moneta imperiale – il «sikke emami» – oscilla tra 174 e 175 milioni di rial, trascinata da un’oncia globale che ha varcato la soglia dei 4.700 dollari e da una domanda interna di beni rifugio che non accenna a placarsi. Eppure, volgendo lo sguardo all’altra sponda del pianeta, si incontra un contro-esempio sorprendente: l’Argentina. A Buenos Aires il dollaro parallelo, il «blue», quota stabilmente attorno ai 1.420 pesos, con uno scarto di appena il 2 per cento rispetto al cambio ufficiale. Dopo la rimozione del cepo cambiario nella primavera del 2025, un risparmiatore argentino può acquistare dollari in banca senza limiti, e il differenziale che un tempo superava il cento per cento si è ridotto a una fessura pressoché simbolica. Nell’ultimo anno il blue ha guadagnato il 18 per cento – molto meno di quanto ci si attenderebbe in una congiuntura di riassestamento – offrendo la narrazione di una stabilizzazione, ancóra fragile, ma che contrasta con la spirale iraniana.
Dall’osservatorio di Bruxelles, la parabola di Teheran assume contorni strategici. Le cronache ufficiali della Banca centrale iraniana attribuiscono al recente conflitto e alle tensioni geopolitiche la disarticolazione delle rotte commerciali tradizionali del Paese, un fattore che si innesta sulle sanzioni internazionali ancora in vigore. Questa combinazione, avvertono i diplomatici europei, rischia di trasformare una crisi inflazionistica in una emergenza umanitaria capace di proiettare nuovi flussi migratori verso il Mediterraneo. Per l’Italia, che della sponda sud-orientale del Mare Nostrum è da anni sentinella, l’inserimento dell’Iran nella lista d’allarme della FAO non è soltanto una statistica: è un avviso che la sicurezza alimentare di Teheran riguarda direttamente la tenuta del sistema di accoglienza e la stabilità del Vicino Oriente.
Lo scenario che si delinea per i prossimi mesi è quello di una Repubblica Islamica schiacciata tra la morsa interna del caro-vita e il progressivo isolamento commerciale. Se il paniere alimentare continuerà a crescere a ritmi a tre cifre, la coesione sociale potrebbe subire lacerazioni difficilmente governabili. L’esperimento argentino suggerisce che la normalizzazione del rapporto con la valuta estera può spegnere incendi speculativi, ma richiede condizioni politiche e istituzionali oggi assenti a Teheran. Spetterà all’Europa, e a Roma in particolare, decidere se accogliere l’allarme lanciato dalla FAO come semplice constatazione di una deriva, oppure trasformarlo nell’innesco di una diplomazia umanitaria che metta il diritto al cibo al centro dei colloqui con la Repubblica Islamica.
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