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Isabella Nilsson e l’incubatrice di vetro: un addio temporaneo alla scrittura

Con la raccolta 'Om varmhållning av levande döda' l’autrice svedese esplora il mito dello scrittore maledetto e annuncia una pausa di dieci anni, chiedendosi se la letteratura salvi o distrugga.

La prima notte della sua vita, Isabella Nilsson la trascorse da sola, adagiata su un cuscinetto termico in un lettino a rotelle dai bordi di vetro alti, simile a una pirofila. «Isabella, Isa, Isen – il mio nome di battesimo e i miei soprannomi rimandano tutti a qualcosa di congelato», scrive nelle prime righe della sua nuova raccolta di saggi, 'Om varmhållning av levande döda' (Sul mantenimento in vita dei morti viventi), pubblicata in Svezia da Ellerströms. Nessuno, osserva, ha mai avuto l’impulso di chiamarla Bella. È da questa immagine di isolamento primordiale che prende avvio un libro strutturato come un diario annuale, da gennaio 2025 alla vigilia di Natale dello stesso anno, con un breve prologo datato febbraio 2026.

L’opera riunisce undici testi, alcuni già apparsi in precedenza, in cui Nilsson – già nota per il memoir 'Nonsensprinsessans dagbok', nato da un patto con la madre durante la lotta contro l’anoressia – torna a interrogare il gesto stesso dello scrivere. Secondo la critica svedese, la raccolta costruisce una precisa identità autoriale, abbracciando e al tempo stesso smascherando i cliché romantici della figura dello scrittore: solitario, alcolizzato, malato, nottambulo, votato all’estraneità. Il paragone con Marguerite Duras e il suo 'Att skriva' (Écrire) è immediato: entrambi i volumi, sottili e rosa pastello, offrono una poetica della scrittura come necessità e come ossessione. In un saggio, Nilsson paragona la propria compulsione a quella della protagonista di 'Possession', il film di Andrzej Żuławski, che abbandona marito e figli per un mostro: il mostro, qui, è la letteratura stessa.

Eppure, proprio mentre il libro arriva nelle librerie, l’autrice ha dichiarato in un’intervista a un quotidiano svedese di voler smettere di scrivere, o almeno di mettere la propria attività in pausa per i prossimi dieci anni. La domanda che attraversa le pagine – se la letteratura sia qualcosa di edificante o di distruttivo – trova in questa fase una risposta netta: «è distruttiva», ha affermato, pur riconoscendo che in altri momenti «mi ha salvato la vita». La voce che parla nel libro è, per ammissione della critica, molto sola e triste, ma non soltanto: vi sono squarci di tenerezza, analisi poetiche e un episodio felice in cui la narratrice costruisce con un amante un magnifico castello di carte.

L’ultima pagina riporta il lettore all’incubatrice: «Meglio addormentata nell’incubatrice letteraria per inetti alla vita, che intorpidita dall’inedia, impigliata in pensieri ossessivi, stordita da alcol e pillole o offuscata dalla stretta troppo forte di un amante intorno al collo». Poco prima, però, una citronella giallo pallido – una farfalla fuori stagione – aveva fatto la sua apparizione sul divano dove la narratrice, con il suo taccuino, osservava quel lembo di vita che prescinde dalle parole e dagli uomini. Un’immagine fragile e tenace, come la scrittura quando smette di essere un mostro e torna a essere un semplice riparo per l’inverno.

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sabato 1 agosto 2026

Isabella Nilsson e l’incubatrice di vetro: un addio temporaneo alla scrittura

Con la raccolta 'Om varmhållning av levande döda' l’autrice svedese esplora il mito dello scrittore maledetto e annuncia una pausa di dieci anni, chiedendosi se la letteratura salvi o distrugga.

La prima notte della sua vita, Isabella Nilsson la trascorse da sola, adagiata su un cuscinetto termico in un lettino a rotelle dai bordi di vetro alti, simile a una pirofila. «Isabella, Isa, Isen – il mio nome di battesimo e i miei soprannomi rimandano tutti a qualcosa di congelato», scrive nelle prime righe della sua nuova raccolta di saggi, 'Om varmhållning av levande döda' (Sul mantenimento in vita dei morti viventi), pubblicata in Svezia da Ellerströms. Nessuno, osserva, ha mai avuto l’impulso di chiamarla Bella. È da questa immagine di isolamento primordiale che prende avvio un libro strutturato come un diario annuale, da gennaio 2025 alla vigilia di Natale dello stesso anno, con un breve prologo datato febbraio 2026.

L’opera riunisce undici testi, alcuni già apparsi in precedenza, in cui Nilsson – già nota per il memoir 'Nonsensprinsessans dagbok', nato da un patto con la madre durante la lotta contro l’anoressia – torna a interrogare il gesto stesso dello scrivere. Secondo la critica svedese, la raccolta costruisce una precisa identità autoriale, abbracciando e al tempo stesso smascherando i cliché romantici della figura dello scrittore: solitario, alcolizzato, malato, nottambulo, votato all’estraneità. Il paragone con Marguerite Duras e il suo 'Att skriva' (Écrire) è immediato: entrambi i volumi, sottili e rosa pastello, offrono una poetica della scrittura come necessità e come ossessione. In un saggio, Nilsson paragona la propria compulsione a quella della protagonista di 'Possession', il film di Andrzej Żuławski, che abbandona marito e figli per un mostro: il mostro, qui, è la letteratura stessa.

Eppure, proprio mentre il libro arriva nelle librerie, l’autrice ha dichiarato in un’intervista a un quotidiano svedese di voler smettere di scrivere, o almeno di mettere la propria attività in pausa per i prossimi dieci anni. La domanda che attraversa le pagine – se la letteratura sia qualcosa di edificante o di distruttivo – trova in questa fase una risposta netta: «è distruttiva», ha affermato, pur riconoscendo che in altri momenti «mi ha salvato la vita». La voce che parla nel libro è, per ammissione della critica, molto sola e triste, ma non soltanto: vi sono squarci di tenerezza, analisi poetiche e un episodio felice in cui la narratrice costruisce con un amante un magnifico castello di carte.

L’ultima pagina riporta il lettore all’incubatrice: «Meglio addormentata nell’incubatrice letteraria per inetti alla vita, che intorpidita dall’inedia, impigliata in pensieri ossessivi, stordita da alcol e pillole o offuscata dalla stretta troppo forte di un amante intorno al collo». Poco prima, però, una citronella giallo pallido – una farfalla fuori stagione – aveva fatto la sua apparizione sul divano dove la narratrice, con il suo taccuino, osservava quel lembo di vita che prescinde dalle parole e dagli uomini. Un’immagine fragile e tenace, come la scrittura quando smette di essere un mostro e torna a essere un semplice riparo per l’inverno.

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