
Israele colpisce 85 obiettivi di Hezbollah, il Sud del Libano precipitato nell’emergenza umanitaria
Mentre l’esercito israeliano intensifica i raid e ordina l’evacuazione di nuovi villaggi, l’Unione europea denuncia un paese ostaggio del conflitto.
Nelle ultime ventiquattr’ore l’aviazione e l’artiglieria israeliane hanno colpito oltre ottantacinque obiettivi di Hezbollah nel Sud del Libano, tra depositi di armi, rampe di lancio e infrastrutture sotterranee. I raid, accompagnati da incursioni di droni e da un fuoco di copertura che ha devastato intere borgate come Brashit, Tol e la periferia di Bint Jbeil, hanno costretto l’esercito di Tel Aviv a diramare nuovi ordini di evacuazione per nove villaggi del distretto di Tiro, tra cui Tayr Dibba, Abbasiya e Burj Rahhal. Il portavoce militare Avichay Adraee ha giustificato l’ultimatum con le ripetute violazioni del cessate il fuoco da parte di Hezbollah, mentre sul terreno si registrano scontri diretti nel settore di Al-Bayyada, dove miliziani del Partito di Dio e soldati israeliani si sono affrontati a colpi d’arma da fuoco nel cuore della notte.
La popolazione civile paga il prezzo più alto: un operatore della Protezione civile libanese è stato ucciso da un drone nei pressi di Kfarchouba, e la ministra degli Affari sociali, in un appello lanciato dalle autorità di Beirut, ha chiesto agli sfollati che ancora vagano sulle strade di dirigersi verso lo stadio sportivo della capitale, dove sono stati allestiti centri di accoglienza temporanei. In questo quadro di macerie, l’alta rappresentante Ue per gli aiuti umanitari ha dichiarato che il Libano è preso in ostaggio tra Hezbollah e Israele, e che la crisi è ormai più grande di quanto il paese possa sopportare. Una lettura che trova eco a Bruxelles, dove si guarda con preoccupazione al possibile collasso delle istituzioni libanesi e alla destabilizzazione dell’intera area orientale del Mediterraneo.
Sul fronte diplomatico, fonti arabe riferiscono di contatti in corso per preparare un vertice presidenziale tripartito che coinvolga i leader di Libano, Siria e Arabia Saudita, nel tentativo di spezzare l’impasse politica e riportare Beirut al centro di un’iniziativa regionale. Ma l’ottica di Pechino, sempre più attenta agli equilibri mediorientali, suggerisce che senza un impegno concreto sulla smilitarizzazione del Sud del paese ogni sforzo rischia di rimanere sterile. Per l’Italia e l’Europa, che già accolgono migliaia di profughi siriani e palestinesi e temono nuove ondate migratorie, il nodo libanese si intreccia alla tenuta del confine con Israele.
Il prossimo passo dipenderà dalla capacità della comunità internazionale di imporre una tregua duratura prima che il Sud del Libano diventi un nuovo fronte aperto, senza più ritorno.
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