
Israele intercetta la Flotilla nel Mediterraneo: 175 attivisti fermati, l’Europa reagisce
La notte tra mercoledì e giovedì ha segnato un salto di qualità nelle tensioni tra Israele e l’Unione europea. A oltre seicento miglia dalla costa di Gaza, di fronte all’isola greca di Creta, la marina israeliana ha abbordato ventidue imbarcazioni della Global Sumud Flotilla, sequestrando 175 attivisti provenienti da più di settanta nazioni. Tra loro ventitré italiani, quindici francesi, una trentina di spagnoli, oltre a cittadini australiani, canadesi e turchi. Gli organizzatori parlano di 211 persone rapite, in quella che definiscono un’operazione di pirateria internazionale. Il premier israeliano Netanyahu ha giustificato l’intervento come misura preventiva contro una provocazione, ma la distanza dal blocco navale – quasi mille chilometri – ha trasformato l’episodio in una crisi diplomatica senza precedenti.
La reazione italiana è stata la più dura. Giorgia Meloni, fino a ieri la leader europea più vicina a Netanyahu, ha chiesto il rilascio immediato dei connazionali detenuti illegalmente, parlando di «violazione del diritto internazionale». Con la Germania ha firmato una dichiarazione congiunta che invita Tel Aviv ad astenersi da «azioni irresponsabili». La Spagna ha convocato la responsabile degli affari israeliani a Madrid per una protesta formale, mentre la Francia ha attivato i canali consolari. Bruxelles, pur con toni più misurati, ha ribadito che la libertà di navigazione va rispettata. L’Unione europea, insomma, si è trovata umiliata nel proprio spazio marittimo, a poche miglia da una delle sue isole.
Lo sbarco forzato degli attivisti a Creta, avvenuto venerdì sotto scorta greca, ha chiuso la fase acuta ma non la controversia. Due coordinatori – il brasiliano Thiago Ávila e l’ispanopalestinese Saif Abukeshek – sono stati portati in Israele per essere interrogati con l’accusa di legami con organizzazioni terroristiche. Il resto del gruppo è stato rilasciato, ma la tensione resta altissima. Da Washington è arrivata una condanna indiretta: gli Stati Uniti hanno criticato i Paesi europei che hanno permesso la partenza della flottiglia, accusandoli di non aver impedito «una manovra politica inutile». Teheran e Hezbollah hanno parlato di «crimine piratesco», mentre Doha e Ankara hanno chiesto una mobilitazione internazionale.
Ora la partita si sposta sul piano diplomatico. La Flotilla, con la sua capacità di mobilitare l’opinione pubblica e mettere in difficoltà i governi, ha dimostrato che la questione palestinese resta una ferita aperta nelle relazioni tra Europa e Israele. Per Roma, che ha guidato la protesta, si apre un doppio fronte: difendere i propri cittadini senza rompere del tutto con Netanyahu, e al tempo stesso gestire la pressione interna – da Genova a Roma, migliaia di persone sono scese in piazza. In prospettiva, l’episodio rischia di accelerare un ripensamento delle politiche europee verso il blocco di Gaza, dove la fame è stata denunciata come arma di guerra. Il Mediterraneo, ancora una volta, diventa il teatro di uno scontro che non è solo navale, ma profondamente politico.
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