
Kash Patel, vecchi arresti e nuove querele: la Casa Bianca blinda il direttore dell'FBI
Nella turbolenta quotidianità dell’amministrazione Trump, il caso del direttore dell’FBI Kash Patel assume contorni sempre più sfilacciati, mescolando vecchie condanne mai scontate, accuse recenti di abuso di alcol e una strategia legale aggressiva contro i media che, anziché spegnere gli scandali, sembra alimentarli. L’elemento più dirompente, emerso negli ultimi giorni, non è una nuova rivelazione sulla sua condotta attuale ma un’ammissione del passato: Patel, in una lettera del 2005 riportata dal sito The Intercept, riconobbe di essere stato arrestato due volte in gioventù — una per ubriachezza molesta in Virginia, quando era minorenne, e un’altra per aver urinato in pubblico dopo una serata in un bar. Un curriculum giudiziario compatibile con tante intemperanze giovanili, ma che oggi getta un’ombra pesante sull’uomo chiamato a guidare la più potente agenzia di polizia federale del pianeta.
Proprio in queste settimane, il magazine The Atlantic aveva pubblicato un’inchiesta firmata da Sarah Fitzpatrick in cui si descriveva un Patel spesso ubriaco durante l’orario di lavoro, al punto da rendere necessario l’intervento degli agenti di sicurezza per abbattere porte chiuse, e preda di una paranoia costante sulla propria possibile rimozione da parte del presidente. La reazione del direttore è stata immediata e muscolare: una causa per diffamazione da 250 milioni di dollari contro la rivista e la giornalista. Una mossa che, secondo gli osservatori americani, rientra nel copione classico dell’universo MAGA per mettere a tacere le voci scomode. Ma l’effetto, come spesso accade in queste dinamiche, è stato l’opposto: dopo la diffusione dell’articolo, la giornalista ha dichiarato di essere stata «inondata» da nuove fonti, funzionari spaventati dal comportamento del direttore che ora trovano il coraggio di farsi avanti.
Parallelamente, si è accesa una guerra di parole tra l’FBI e il New York Times, accusato dal Bureau di aver inventato l’indagine su una reporter colpevole di aver scritto dei privilegi di sicurezza concessi alla compagna di Patel, la cantante country Alexis Wilkins. Il Time ha replicato sostenendo che l’investigazione sarebbe partita proprio dopo quel pezzo; l’FBI nega. Dietro lo scontro si intravede una tensione più profonda: da New York a Washington, la libertà di stampa torna a essere terreno di scontro frontale tra le agenzie federali e le grandi testate.
Da Mosca lo sguardo è inevitabilmente ironico: la cronaca russa rilancia con distacco le rassicurazioni della portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, secondo cui Trump conferma piena fiducia in Patel, forte del calo della criminalità registrato nell’ultimo anno e mezzo. Ma a Bruxelles e nelle cancellerie europee, e non meno a Roma, dove i servizi italiani collaborano strettamente con l’FBI su antiterrorismo e criminalità organizzata, l’impressione è che la credibilità del Bureau venga erosa giorno dopo giorno. Le rivelazioni sulle vulnerabilità del suo vertice — veritiere o montate che siano — rischiano di incrinate la fiducia transatlantica, proprio quando la cooperazione di intelligence resta il collante più solido dell’Occidente.
L’amministrazione Trump, del resto, ha scelto di blindare il proprio uomo, giudicando l’affidabilità personale meno rilevante della fedeltà politica. Ma se l’onda delle indiscrezioni dovesse continuare a ingrossarsi, Patel potrebbe trasformarsi da accusatore a capro espiatorio. E l’Italia, come l’Europa, osserva con apprensione l’indebolirsi di un pilastro che per decenni ha rappresentato un riferimento di legalità oltreoceano.
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