
Kerry svela: tre presidenti americani dissero no, Trump accettò il piano di Netanyahu sull'Iran
L'ex segretario di Stato John Kerry ha rotto un silenzio carico di implicazioni strategiche: secondo la sua testimonianza, Benjamin Netanyahu avrebbe sottoposto a quattro inquilini della Casa Bianca un piano per una guerra contro l'Iran, ma solo Donald Trump, l'ultimo della serie, avrebbe dato il proprio assenso. Bush, Obama e Biden, ha raccontato Kerry nel corso di un'intervista televisiva, respinsero la proposta perché convinti che tutte le vie diplomatiche non fossero state ancora esaurite. Una scelta che l'ex segretario, reduce del Vietnam, ha paragonato alle illusioni belliche del passato, mettendo in guardia dal costo umano di decisioni prese senza piena trasparenza pubblica.
Dal punto di vista di Washington, la rivelazione conferma una linea di continuità nella cautela democratica e repubblicana, almeno fino all'arrivo di Trump. Gli analisti della capitale americana sottolineano come i precedenti presidenti avessero valutato che un attacco diretto contro Teheran, oltre a non godere di un mandato internazionale, avrebbe potuto innescare una conflagrazione regionale dalle conseguenze imprevedibili. L'approvazione trumpiana, invece, rappresenta una rottura: secondo fonti diplomatiche, il tycoon avrebbe dato via libera a una versione ridotta del piano, nonostante le perplessità espresse da alcuni settori dell'establishment militare.
Nell'ottica di Tel Aviv, la pressione su Washington per un intervento contro il programma nucleare iraniano è stata una costante delle ultime amministrazioni. I vertici israeliani considerano l'Iran una minaccia esistenziale e hanno più volte paventato la necessità di un'azione preventiva. La scelta di Trump, benché parziale, ha rappresentato per Netanyahu una vittoria strategica, allineando per la prima volta gli interessi dei due Paesi su un fronte che Gerusalemme ritiene prioritario. Teheran, dal canto suo, ha sempre letto queste pressioni come una prova dell'ostilità occidentale, rafforzando la narrazione di un assedio da cui difendersi con ogni mezzo.
A Bruxelles, la notizia riaccende le preoccupazioni per la stabilità del Medio Oriente. L'Unione Europea, che aveva scommesso sull'accordo nucleare del 2015 come pilastro della sicurezza regionale, teme che un eventuale conflitto possa innescare nuove ondate migratorie e interrompere i flussi energetici. Per l'Italia, Paese con forti legami economici e culturali nell'area, lo scenario è particolarmente delicato: Roma ha sempre sostenuto una soluzione diplomatica, consapevole che un'escalation militare rischierebbe di destabilizzare il Mediterraneo allargato, con ripercussioni dirette sulla sicurezza nazionale.
Guardando avanti, la rivelazione di Kerry non è solo un frammento di storia recente, ma una chiave di lettura per il presente. Le tensioni tra Iran e Stati Uniti restano elevate, e l'eredità dell'approvazione trumpiana pesa sulle opzioni oggi a disposizione della diplomazia. Se da un lato la comunità internazionale sembra aver imparato la lezione dei conflitti passati, dall'altro la tentazione di risolvere con la forza nodi irrisolti rimane un rischio concreto. Il monito dell'ex segretario, che invita a non ingannare l'opinione pubblica, suona come un appello alla responsabilità in un momento in cui le scelte di ieri continuano a disegnare le crisi di domani.
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