
Kudrin scommette sull'IA made in Russia: una mossa tecnologica e politica per l'autonomia strategica
L’ex ministro delle Finanze russo Alexei Kudrin, figura di spicco dell’establishment economico e oggi consigliere di Yandex, ha fondato una nuova società dedicata allo sviluppo di assistenti all’intelligenza artificiale per la ricerca economica. La mossa, registrata il 21 aprile, vede Kudrin detenere il 65% della nuova entità, mentre il restante 35% è ripartito tra il prestigioso Istituto di politica economica Gaidar e una società di software legata al tecnologo Ivan Begtin. La motivazione ufficiale, fornita dallo stesso Kudrin, è la necessità di strumenti di AI specializzati, non disponibili sul mercato, per supportare il lavoro analitico dell’istituto. Tuttavia, l’iniziativa va letta come un sintomo significativo della corsa di Mosca verso una sovranità tecnologica in un settore cruciale, resa ancora più urgente dalle sanzioni e dall’isolamento internazionale.
Dall’ottica di Mosca, l’ingresso di un peso massimo dell’economia e della finanza in un venture di nicchia nell’IA non è un dettaglio. Segnala la volontà di costruire e controllare infrastrutture digitali nazionali per l’analisi dei dati e la modellistica, settori vitali per la pianificazione politica in un’economia sotto pressione. La scelta del partner – l’Istituto Gaidar, bastione del pensiero economico liberale in Russia – suggerisce un tentativo di coniugare l’ortodossia di mercato con gli strumenti più avanzati, pur nel solco della priorità strategica dettata dal Cremlino: ridurre la dipendenza da piattaforme e algoritmi occidentali. È una risposta pragmatica alla constatazione che i modelli linguistici globali non sono ‘addestrati’ per interpretare le specificità dell’economia russa e, forse, per allinearsi ai suoi paradigmi politici.
La prospettiva europea, e italiana in particolare, osserva queste evoluzioni con attenzione crescente. Bruxelles è impegnata nella sua battaglia per un’IA affidabile e nel tentativo di colmare il ritardo strategico rispetto a Stati Uniti e Cina. L’emergere di un polo russo determinato a sviluppare soluzioni proprietarie, per quanto attualmente di portata limitata, frammenta ulteriormente lo spazio digitale globale e accentua la logica dei ‘blocchi tecnologici’. Per l’Italia, la cui vulnerabilità energetica verso Mosca si è tragicamente palesata, il dato nuovo è la consapevolezza di una futura, possibile dipendenza da ecosistemi di dati e intelligenza artificiale sviluppati da attori geopoliticamente antagonisti, capaci di codificare visioni del mondo alternative.
Guardando avanti, l’operazione Kudrin appare come un esperimento pilota dal significato duplice. Da un lato, testa la capacità russa di innovare in un campo ad alta intensità di cervelli, nonostante l’emorragia di talenti. Dall’altro, normalizza l’idea che l’intelligenza artificiale, specialmente nelle scienze sociali ed economiche, debba essere ‘nazionale’ e rispondere a logiche di sicurezza e influenza. Se questo modello attecchirà, assisteremo non solo a una competizione per la potenza di calcolo, ma a una battaglia più sottile per il controllo degli strumenti di analisi e previsione che plasmano le decisioni politiche. L’Europa, nel dibattito tra regolamentazione e innovazione, dovrà ponderare anche questo aspetto: come preservare la propria autonomia di giudizio in un mondo dove anche gli algoritmi diventano veicoli di soft power e di visioni politiche contrapposte.
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