
L’addio degli Emirati all’Opec: frattura con Riad e mappa energetica ridisegnata
L’annuncio è giunto come una scossa mentre il più cruciale dei colli di bottiglia petroliferi, lo Stretto di Hormuz, resta ostaggio della guerra in Iran. A partire dal primo maggio 2026 gli Emirati Arabi Uniti lasceranno l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio e la sua estensione Opec+, chiudendo un’appartenenza cominciata nel 1967 e privando il cartello del suo terzo produttore. La decisione, comunicata dall’agenzia di Stato Wam con il linguaggio della ‘visione strategica di lungo periodo’, è il punto d’arrivo di uno scontento covato per anni. Abu Dhabi aveva investito centocinquanta miliardi di dollari per espandere la capacità produttiva fino a cinque milioni di barili al giorno, ma le quote negoziate dentro l’Opec – di fatto dettate da Riad – la tenevano inchiodata sotto i tre milioni e mezzo. Una camicia di forza diventata insostenibile, resa ancora più cocente dal tracollo a meno di due milioni durante l’attuale blocco navale.
Dietro le ragioni ufficiali – la ‘dinamicità’ e la ‘velocità decisionale’ rivendicate dal ministro dell’Energia Suhail al-Mazrouei – gli osservatori del Golfo leggono la più profonda frattura con l’Arabia Saudita dai tempi della guerra in Yemen. Il contrasto non è solo tecnico: Abu Dhabi ambisce a un ruolo indipendente sui mercati globali, in sintonia con un riposizionamento diplomatico che l’ha avvicinata agli Stati Uniti e a nuovi corridoi commerciali. L’uscita del Qatar nel 2019 aveva già incrinato l’immagine monolitica del cartello; l’addio degli Emirati, terzo produttore e quarto nella classifica Opec+, riduce la quota aggregata dei membri dal cinquanta al quarantacinque per cento della produzione mondiale, minando la capacità di orientare i prezzi. Da Riad, sebbene non siano filtrate reazioni ufficiali, si percepisce il colpo: il regno perde il partner più muscolare e vede indebolirsi la sua architrave istituzionale in un momento di caos regionale.
Nell’ottica di Teheran, la mossa emiratina è un messaggio innanzitutto politico. Mentre l’Iran è strangolato dalle sanzioni e la chiusura di Hormuz ha già sottratto al mercato oltre un miliardo di barili, con stime che salgono a 1,8 miliardi prima di un pieno ripristino, un aumento della produzione emiratina potrebbe accelerare un calo delle quotazioni, erodendo ulteriormente i già magri ricavi iraniani. Allo stesso tempo, la decisione di Abu Dhabi dimostra che le rigidità delle alleanze petrolifere tradizionali possono sciogliersi sotto la spinta delle convenienze nazionali, spingendo Teheran a rivedere le proprie strategie di prezzo e le alleanze asimmetriche con Mosca.
A Bruxelles si guarda con apprensione alla volatilità, ma anche con qualche calcolo di opportunità. L’Italia, che importa oltre il novanta per cento del greggio e ha nella fornitura del Golfo un pilastro della propria raffinazione, potrebbe subire scosse speculative immediate. Tuttavia, se gli Emirati pomperanno senza vincoli, l’offerta aggiuntiva potrebbe nel medio periodo calmierare le quotazioni del Brent, attenuando la bolletta energetica nazionale e continentale. Resta l’incognita Hormuz: il venti per cento del traffico petrolifero mondiale che transita per quel braccio di mare è ancora interrotto, e nessun aumento di produzione può compensare indefinitamente un blocco prolungato. Secondo gli analisti di Nuova Delhi, l’India, che già guarda con favore a un produttore più libero da cartelli, potrebbe addirittura strappare contratti di fornitura a lungo termine a condizioni migliori, accentuando la concorrenza con le raffinerie siciliane e sarde.
L’uscita degli Emirati getta dunque il mercato in una fase di ridisegno profondo. Si indebolisce il principio stesso del cartello, si accelera la frammentazione in un sistema multipolare in cui i produttori cercano accordi diretti e flessibili, e si mette alla prova la resilienza delle economie europee. Per l’Italia, il monito è chiaro: la sicurezza degli approvvigionamenti non può più essere data per scontata dentro un ordine petrolifero ereditato dal Novecento. La risposta, ancora una volta, sta nella velocità con cui si saprà diversificare sia le fonti di energia sia i fornitori, trasformando lo shock di Hormuz e la diaspora emiratina nell’occasione di un’autonomia energetica finalmente meno vulnerabile ai grandi strappi della geopolitica.
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