
L’Aia apre la strada al processo per crimini contro l’umanità: Duarte verso il banco degli imputati
La procura dell’Aia ha compiuto un passo decisivo verso il processo all’ex presidente filippino Rodrigo Duterte, confermando all’unanimità l’esistenza di «fondati motivi» per ritenerlo responsabile di crimini contro l’umanità. La decisione della Camera preliminare della Corte penale internazionale segna un punto di svolta nella lunga vicenda giudiziaria legata alla guerra alla droga che insanguinò le Filippine tra il 2011 e il 2019, causando secondo le stime delle organizzazioni per i diritti umani decine di migliaia di vittime tra presunti spacciatori e tossicodipendenti, giustiziati senza processo. I giudici hanno rigettato le obiezioni della difesa, secondo cui Manila aveva denunciato lo Statuto di Roma nel 2019, sottraendo così il suo ex leader alla giurisdizione dell’organismo; la Corte ha invece stabilito che il recesso non cancella la responsabilità per i fatti commessi quando il trattato era ancora in vigore.
Il caso, ora trasmesso alla fase dibattimentale, riguarda tre capi d’imputazione — omicidio, tortura e stupro — e si concentra specificamente su 76 omicidi accertati, anche se gli inquirenti ritengono che la catena di comando voluta da Duterte abbia prodotto una strage sistematica. A Manila, l’amministrazione del presidente Ferdinand Marcos Jr. ha dichiarato di rispettare la pronuncia, in un delicato equilibrio tra la volontà di non isolarsi sulla scena internazionale e il timore di riaprire ferite interne ancora profonde. Da Bruxelles, gli osservatori europei sottolineano come questa sia una prova cruciale per la credibilità della giustizia penale globale: un ex capo di Stato finisce sotto processo non per un colpo di Stato o una guerra d’aggressione, ma per una politica interna di repressione brutale, un precedente che potrebbe avere ripercussioni in altri Paesi dove la lotta al narcotraffico viene usata come scudo per violazioni dei diritti.
In Asia, l’eco della decisione è forte: Pechino, pur non firmataria dello Statuto, segue con attenzione l’evoluzione, temendo che meccanismi analoghi possano essere invocati per altre situazioni regionali. L’Italia, che ha sempre sostenuto il lavoro della Corte, si trova ora a dover riflettere sul significato di un processo che coinvolge un alleato commerciale non trascurabile, ma che tocca i principi fondanti della cooperazione giudiziaria. Il verdetto finale è lontano, ma la finestra che si è aperta all’Aia potrebbe ridefinire i confini tra sovranità e responsabilità, sfidando ogni Stato a misurarsi con le proprie ombre.
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