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venerdì 24 aprile 2026

Argentina, la giustizia ripristina la riforma del lavoro: una vittoria per Milei e un segnale per l’Europa

La Camera del Lavoro argentina ha rimesso in vigore la riforma del lavoro voluta dal governo di Javier Milei, annullando la sospensione cautelare che il sindacato CGT aveva ottenuto in primo grado. Con un provvedimento che richiama la legge 26.854 – la norma che regola le misure cautelari contro lo Stato – i giudici della Sala VIII hanno concesso effetto sospensivo all’appello dell’esecutivo, ripristinando immediatamente tutti gli 82 articoli del provvedimento mentre il giudizio di merito prosegue. Per il presidente libertario si tratta di un passo decisivo nel suo piano di liberalizzazione economica, un tassello che intende dimostrare che la sua agenda può superare anche le barriere giudiziarie.

Il braccio di ferro con la Confederazione Generale del Lavoro non è affatto concluso: la decisione di Buenos Aires ribalta solo temporaneamente il verdetto di un giudice di prime cure che, su richiesta del principale sindacato argentino, aveva bloccato la riforma appena due mesi dopo la sua approvazione parlamentare. La CGT aveva denunciato una lesione dei diritti fondamentali dei lavoratori, ma la Camera ha ritenuto che la cautelare non rispettasse i rigorosi limiti previsti per le azioni contro lo Stato. Il governo, dal canto suo, ha già chiesto l’intervento della Corte Suprema, lasciando aperta la possibilità di un nuovo colpo di scena.

Intanto il mondo imprenditoriale esulta. La Camera argentina dei distributori e dei supermercati all’ingrosso (CADAM) ha definito il verdetto «un avanzamento significativo», sottolineando che la riforma permetterà di sbloccare assunzioni e ridurre i costi del lavoro in un settore che dà lavoro a oltre 200 mila persone. Durante un incontro tenutosi a Pilar, centinaia di direttori e fornitori hanno applaudito alla decisione, mentre la senatrice Carmen Álvarez Rivero – presidente della Commissione Lavoro – ha promesso di accelerare la regolamentazione attuativa. Per la Casa Rosada, la partita si gioca anche sul fronte della fiducia degli investitori: senza una riforma del lavoro credibile, il piano di austerità e dolarizzazione rischia di restare sulla carta.

Da Bruxelles, gli analisti seguono con attenzione la vicenda. L’Argentina di Milei rappresenta un test per le politiche di flessibilità del lavoro in un’economia emergente, e la tenuta delle tutele sindacali è una cartina di tornasole per i rapporti tra esecutivo e corpi intermedi. L’Italia, con i suoi forti legami migratori e commerciali con Buenos Aires, osserva con preoccupazione mista a interesse: se da un lato le imprese italiane presenti nel Paese potrebbero beneficiare di un mercato del lavoro meno rigido, dall’altro il precedente rischia di alimentare in Europa il dibattito tra chi chiede maggiori tutele e chi invoca una maggiore competitività. Pechino, invece, valuta l’evoluzione con lo sguardo rivolto agli scambi di soia e litio: una riforma che riduca i costi per le aziende cinesi attive in Argentina potrebbe rafforzare la già solida cooperazione bilaterale.

Il nodo, tuttavia, resta politico e giudiziario. L’opposizione peronista, forte in Senato, promette battaglia, mentre i giudici potrebbero decidere in tempi brevi sulla richiesta di intervento della Corte Suprema. Se la riforma dovesse restare in vigore, l’Argentina diventerebbe un laboratorio di deregolamentazione senza precedenti in America Latina, con possibili ripercussioni sul tessuto sociale e sulla tenuta del consenso. Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il caso argentino offre uno specchio in cui riflettersi: la tensione tra flessibilità e diritti non conosce confini, e la sentenza di Buenos Aires potrebbe suggerire che, in tempi di crisi, la bilancia pende spesso dalla parte di chi governa.

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Argentina, la giustizia ripristina la riforma del lavoro: una vittoria per Milei e un segnale per l’Europa

La Camera del Lavoro argentina ha rimesso in vigore la riforma del lavoro voluta dal governo di Javier Milei, annullando la sospensione cautelare che il sindacato CGT aveva ottenuto in primo grado. Con un provvedimento che richiama la legge 26.854 – la norma che regola le misure cautelari contro lo Stato – i giudici della Sala VIII hanno concesso effetto sospensivo all’appello dell’esecutivo, ripristinando immediatamente tutti gli 82 articoli del provvedimento mentre il giudizio di merito prosegue. Per il presidente libertario si tratta di un passo decisivo nel suo piano di liberalizzazione economica, un tassello che intende dimostrare che la sua agenda può superare anche le barriere giudiziarie.

Il braccio di ferro con la Confederazione Generale del Lavoro non è affatto concluso: la decisione di Buenos Aires ribalta solo temporaneamente il verdetto di un giudice di prime cure che, su richiesta del principale sindacato argentino, aveva bloccato la riforma appena due mesi dopo la sua approvazione parlamentare. La CGT aveva denunciato una lesione dei diritti fondamentali dei lavoratori, ma la Camera ha ritenuto che la cautelare non rispettasse i rigorosi limiti previsti per le azioni contro lo Stato. Il governo, dal canto suo, ha già chiesto l’intervento della Corte Suprema, lasciando aperta la possibilità di un nuovo colpo di scena.

Intanto il mondo imprenditoriale esulta. La Camera argentina dei distributori e dei supermercati all’ingrosso (CADAM) ha definito il verdetto «un avanzamento significativo», sottolineando che la riforma permetterà di sbloccare assunzioni e ridurre i costi del lavoro in un settore che dà lavoro a oltre 200 mila persone. Durante un incontro tenutosi a Pilar, centinaia di direttori e fornitori hanno applaudito alla decisione, mentre la senatrice Carmen Álvarez Rivero – presidente della Commissione Lavoro – ha promesso di accelerare la regolamentazione attuativa. Per la Casa Rosada, la partita si gioca anche sul fronte della fiducia degli investitori: senza una riforma del lavoro credibile, il piano di austerità e dolarizzazione rischia di restare sulla carta.

Da Bruxelles, gli analisti seguono con attenzione la vicenda. L’Argentina di Milei rappresenta un test per le politiche di flessibilità del lavoro in un’economia emergente, e la tenuta delle tutele sindacali è una cartina di tornasole per i rapporti tra esecutivo e corpi intermedi. L’Italia, con i suoi forti legami migratori e commerciali con Buenos Aires, osserva con preoccupazione mista a interesse: se da un lato le imprese italiane presenti nel Paese potrebbero beneficiare di un mercato del lavoro meno rigido, dall’altro il precedente rischia di alimentare in Europa il dibattito tra chi chiede maggiori tutele e chi invoca una maggiore competitività. Pechino, invece, valuta l’evoluzione con lo sguardo rivolto agli scambi di soia e litio: una riforma che riduca i costi per le aziende cinesi attive in Argentina potrebbe rafforzare la già solida cooperazione bilaterale.

Il nodo, tuttavia, resta politico e giudiziario. L’opposizione peronista, forte in Senato, promette battaglia, mentre i giudici potrebbero decidere in tempi brevi sulla richiesta di intervento della Corte Suprema. Se la riforma dovesse restare in vigore, l’Argentina diventerebbe un laboratorio di deregolamentazione senza precedenti in America Latina, con possibili ripercussioni sul tessuto sociale e sulla tenuta del consenso. Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il caso argentino offre uno specchio in cui riflettersi: la tensione tra flessibilità e diritti non conosce confini, e la sentenza di Buenos Aires potrebbe suggerire che, in tempi di crisi, la bilancia pende spesso dalla parte di chi governa.

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