
L’Australia rinuncia alla tassa sul gas: la scelta tra crisi globale e interessi nazionali
Il governo di Anthony Albanese ha spento ogni possibilità di introdurre una nuova tassa del 25 per cento sulle esportazioni di gas, cedendo – secondo il senatore indipendente David Pocock – alle pressioni delle grandi compagnie energetiche. La decisione, ormai certa in vista del bilancio di maggio, segna una battuta d’arresto per il movimento trasversale che chiedeva di rivedere il regime fiscale del Petroleum Resource Rent Tax, giudicato ormai troppo generoso verso colossi come Woodside e Chevron. Davanti a una commissione senatoriale a Perth, i dirigenti di Woodside hanno minacciato che un’imposta aggiuntiva “ucciderebbe i progetti”, mentre il premier del Western Australia, ricco di giacimenti, ha messo in guardia da danni per l’economia locale. Dall’altra parte, l’ex segretario al Tesoro Ken Henry ha esortato i politici a smettere di “svendere” le risorse finite della nazione, trovando però orecchie sorde.
La scelta di Canberra non può essere letta solo in chiave domestica. Il primo ministro Albanese ha giustificato la rinuncia richiamando gli impegni diplomatici con alleati asiatici e la necessità di garantire forniture stabili di GNL in un periodo di turbolenze globali. Il conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele ha portato alla chiusura virtuale dello stretto di Hormuz, spingendo il presidente americano Donald Trump a invitare i Paesi a “comprare petrolio dagli Stati Uniti”. L’Australia, che ha visto aumentare del dieci per cento le riserve di benzina rispetto a prima della guerra, si trova ora a dover diversificare le fonti di approvvigionamento: un tema che tocca da vicino anche l’Europa. Per l’Italia e per i partner comunitari, il segnale è ambiguo: da un lato, la rinuncia a una tassazione più severa potrebbe preservare la competitività del gas australiano sui mercati globali, inclusi quelli europei ancora alla ricerca di alternative al metano russo; dall’altro, rischia di cristallizzare un modello estrattivo che molti analisti di Bruxelles giudicano insostenibile sotto il profilo climatico.
Il dibattito, tuttavia, è tutt’altro che chiuso. La spinta popolare per una maggiore fiscalità sulle superprofitti del gas resta forte, alimentata dal disagio degli automobilisti – raccontato in cronache di famiglie che tagliano viaggi e riorganizzano la spesa – e da una crescente consapevolezza civica. Il senatore Pocock e i Verdi hanno promesso di continuare la battaglia, mentre le compagnie ribadiscono che qualsiasi aumento fiscale comprometterebbe gli investimenti proprio quando il mondo ha più bisogno di energia. In questa partita, l’equilibrio tra sovranità nazionale, sicurezza energetica e transizione ecologica resta il nodo più difficile da sciogliere, per l’Australia come per l’Europa.
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