
L’Australia vieta i social ai minori di 16 anni, ma il dibattito globale si divide sulle soluzioni
La legge australiana, prima al mondo, ha acceso il dibattito. Tra critiche sull’efficacia e voci di adolescenti, emergono strategie alternative per proteggere i giovani online.
A sei mesi dall’entrata in vigore del divieto australiano di accesso ai social media per i minori di sedici anni, il primo provvedimento di questo tipo al mondo, il bilancio è ambiguo. Se da un lato il governo di Canberra ha aperto una strada che decine di paesi si apprestano a percorrere, dall’altro emergono crepe evidenti nella tenuta della misura: i controlli sull’età sono facilmente aggirabili e le piattaforme non hanno ancora messo a punto sistemi efficaci. Secondo l’Unicef, almeno trentacinque stati e l’Unione europea stanno lavorando a regole simili, segno che la pressione sociale per proteggere i giovani online è ormai globale.
In Europa, la Danimarca e il Regno Unito hanno annunciato l’intenzione di introdurre limiti analoghi, mentre la Svezia ha avviato una commissione d’inchiesta con l’obiettivo di fissare un’età minima, probabilmente intorno ai quindici anni, come ha anticipato il primo ministro Ulf Kristersson. Anche le Filippine, nell’Asia sudorientale, si stanno muovendo nella stessa direzione. Tuttavia, l’entusiasmo iniziale si scontra con una realtà complessa: i divieti rischiano di essere elusi tramite vpn o account falsi, e non affrontano le cause profonde del disagio digitale.
La critica più radicale arriva dagli analisti elvetici, secondo i quali il dibattito pubblico si concentra erroneamente sulla soglia d’accesso, trascurando il vero pericolo: il modo in cui le piattaforme sono progettate. L’architettura delle applicazioni, basata su algoritmi che massimizzano il tempo di permanenza e sfruttano meccanismi di ricompensa intermittente, è il vero fattore di dipendenza. Limitare l’età non elimina la tossicità del modello di business per chiunque abbia un account.
A questa riflessione fanno eco le testimonianze raccolte tra gli adolescenti europei. In un recente dibattito organizzato in Svizzera, i giovani convenuti hanno riconosciuto senza infingimenti la loro dipendenza dai social: «mi considero un tossicodipendente», ha dichiarato uno di loro. Eppure, hanno respinto con forza l’idea di una messa al bando generalizzata. Secondo la loro prospettiva, una soluzione più efficace sarebbe obbligare le aziende tecnologiche a ridisegnare le interfacce per renderle meno invasive, introducendo limiti di tempo automatici e finestre di disconnessione forzata.
Per l’Italia e per l’Unione europea, già impegnate nell’attuazione del Digital Services Act, la lezione australiana indica che la regolamentazione non può fermarsi ai divieti. Bruxelles sta valutando norme più stringenti sulla progettazione dei servizi digitali, inclusa la possibilità di vietare algoritmi predittivi per i minori. Il rischio, altrimenti, è di creare un’illusione di sicurezza – una cortina fumogena che sposta l’attenzione dal cuore del problema: un modello economico che trasforma l’attenzione dei più giovani in merce, generando ansia e dipendenza. Il vero passo avanti, forse, non sarà vietare l’ingresso in un parco giochi pericoloso, ma smontare le trappole al suo interno.
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