
L’Europa sblocca il prestito da 90 miliardi per Kyiv e il ventesimo pacchetto di sanzioni
Il Consiglio europeo ha dato il via libera definitivo al prestito di 90 miliardi di euro destinato all’Ucraina e al ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, dopo che Budapest ha ritirato il proprio veto. L’annuncio è stato reso noto dal presidente del Consiglio europeo, António Costa, al termine di una riunione dei rappresentanti permanenti, con la procedura scritta di ratifica finale prevista per il 24 aprile. La decisione arriva a cinque mesi di distanza dalla promessa iniziale, un ritardo che aveva alimentato tensioni tra i partner europei e preoccupazioni a Kyiv, dove il presidente Volodymyr Zelensky segue da vicino ogni scadenza.
Il prestito, suddiviso in due tranche per il 2026 e il 2027, prevede che 60 miliardi siano destinati all’acquisto di armamenti e alle necessità difensive ucraine, mentre i restanti 30 miliardi serviranno come sostegno diretto al bilancio statale. L’intenzione dichiarata a Bruxelles è che tali somme vengano poi reintegrate dai beni russi congelati o dalle future riparazioni di guerra imposte a Mosca: un meccanismo giuridicamente ambizioso, che dovrà confrontarsi con la complessità del diritto internazionale e con le resistenze di alcuni Stati membri. Il ventesimo pacchetto di sanzioni, proposto dalla Commissione il 6 febbraio scorso, introduce il divieto totale di assistere il trasporto marittimo del petrolio russo e amplia la lista nera con altre 43 petroliere, portando il totale delle navi colpite a oltre cento.
Misure che mirano a colpire la cosiddetta flotta ombra con cui Mosca aggira il tetto al prezzo del greggio, ma che gli analisti finanziari di Londra e di Washington giudicano ancora parziali senza un controllo più stringente sulle assicurazioni e sui porti terzi. Dal punto di vista di Kyiv, il primo trasferimento di fondi è atteso entro la fine di maggio o l’inizio di giugno, come ha confermato Zelensky a margine del suo arrivo a Cipro per il vertice informale dei Ventisette. Una tempistica che risponde all’urgenza di finanziare la produzione bellica interna e di garantire i servizi essenziali alla popolazione civile, in un momento in cui le forze russe avanzano sul fronte orientale e la pressione logistica si fa insostenibile.
Sul fronte diplomatico, il voto unanime segna una rara unità dopo mesi di divisioni interne: la prospettiva di Budapest, che per settimane aveva bloccato i negoziati chiedendo garanzie sulle proprie forniture energetiche e sui fondi europei trattenuti, è stata superata grazie a un compromesso tecnico che concede a Orbán alcune clausole di salvaguardia senza intaccare la sostanza del provvedimento. Per l’Italia, che ha sempre sostenuto il principio della solidarietà atlantica ed europea, il via libera rappresenta un passo avanti nella strategia di sostegno a Kyiv, ma solleva interrogativi sul costo complessivo per i contribuenti nazionali: Roma è tra i garanti del prestito e dovrà vigilare sulla trasparenza dell’uso delle risorse. A Mosca, la reazione è stata di condanna preventiva, con il ministero degli Esteri che ha definito l’ennesimo giro di vite «un’escalation illegittima destinata a fallire» e ha annunciato contromisure proporzionate, mentre gli esperti finanziari russi sottolineano l’impatto marginale del blocco petrolifero su una flotta già in gran parte riconfigurata.
Guardando avanti, il nodo cruciale resta la sostenibilità del modello di aiuti: con un ventunesimo pacchetto già in fase di elaborazione e la necessità di trovare un accordo per l’estensione del congelamento dei beni sovrani russi, l’Unione si prepara a una lunga partita dove il tempismo delle erogazioni e la coesione interna decideranno l’efficacia della risposta occidentale all’aggressione.
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