
L’India conquista il primato dei migranti in Australia, mentre Europa e Regno Unito ridisegnano le loro politiche demografiche
Per la prima volta nella storia australiana, l’India ha superato l’Inghilterra come principale Paese di origine della popolazione migrante, un dato che segna uno spartiacque simbolico e politico. Secondo le statistiche ufficiali, quasi 971mila residenti nati in India vivono oggi in Australia, una manciata in più rispetto ai 970mila nati in Inghilterra, in calo costante dal 2013. Il fenomeno non è isolato: in vent’anni la popolazione nata all’estero è cresciuta al ritmo del 3% annuo, contro l’1% di quella autoctona, alimentando un dibattito acceso sull’immigrazione. Se Canberra guarda a Nuova Delhi come a un alleato strategico nel Pacifico, l’evoluzione demografica solleva interrogativi sul modello di integrazione e sulla tenuta del consenso sociale, in un Paese che ha sempre fatto dell’immigrazione un pilastro della propria identità.
Ben diversa è la traiettoria del Regno Unito, dove l’Ufficio nazionale di statistica prevede che dal 2026 la mortalità supererà stabilmente la natalità, una inversione che senza un flusso migratorio robusto porterebbe a un declino della popolazione. La frenata dei movimenti internazionali e il calo delle nascite spingono Londra a riconsiderare le proprie politiche, in un contesto in cui l’immigrazione resta uno dei temi più divisivi. Dall’altra parte della Manica, la Germania vive una contraddizione analoga: nonostante la promessa di una “offensiva di rimpatrio” sancita dal contratto di coalizione tra CDU e SPD, le espulsioni sono calate per la prima volta in cinque anni, smentendo le ambizioni di chi voleva accelerare le procedure. Il divario tra retorica e realtà si sta allargando, e Berlino fatica a trovare un equilibrio tra la necessità di manodopera e le pressioni securitarie.
Queste tre geografie raccontano una stessa tensione: la migrazione non è più solo un fenomeno economico o umanitario, ma il perno di un confronto politico globale. Per l’Italia, osservatrice non secondaria, il caso australiano mostra come i flussi possano ridefinire gerarchie consolidate, mentre i dati britannici e tedeschi evidenziano l’urgenza di politiche demografiche a lungo termine. Bruxelles, dal canto suo, segue con attenzione questi sviluppi, consapevole che il Vecchio continente, con il suo inverno demografico, non può permettersi di chiudere le porte, ma neppure di subire gli eventi. Il futuro si gioca sulla capacità di governare il cambiamento con strumenti che coniughino accoglienza, integrazione e sovranità, senza cedere alle semplificazioni di chi vede nei numeri solo una minaccia o una risorsa.
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