
La Bce tiene i tassi al 2% ma l'inflazione al 3% riaccende i timori di una stretta
La Banca centrale europea ha scelto la pazienza, ma il tempo stringe. Nella riunione di aprile il Consiglio direttivo ha lasciato invariati i tassi di interesse sui depositi al 2 per cento, una decisione unanime che arriva in un contesto ben più teso di quanto previsto solo qualche settimana fa. Il dato diffuso da Eurostat poche ore prima della riunione ha segnato un’accelerazione inattesa: l’inflazione nell’Eurozona è balzata al 3 per cento ad aprile, dal 2,6 di marzo, il livello più alto dall’autunno del 2023. Il principale artefice di questa impennata è il caro energia, alimentato dalle tensioni geopolitiche in Medio Oriente e dalla crisi dello stretto di Hormuz. Uno shock esogeno, come lo definiscono gli analisti di Francoforte, la cui durata e i cui effetti di medio termine restano difficili da valutare. Per questo la Bce ha scelto di attendere, rinviando ogni decisione alle nuove proiezioni di giugno. Ma il segnale non è solo di stand-by: nel comunicato si legge che i rischi al rialzo per l’inflazione e al ribasso per la crescita si sono intensificati, e la presidente Christine Lagarde ha lasciato intendere che la direzione futura è chiara, pur ammettendo che potrebbero esserci «cambiamenti enormi».
L’impatto sull’Italia è già tangibile. Secondo le stime preliminari dell’Istat, ad aprile l’inflazione italiana è risalita al 2,8 per cento, quasi interamente trainata dai beni energetici non regolamentati, passati da un meno 2 a un più 9,9 per cento in un solo mese. È un balzo che rischia di comprimere il potere d’acquisto delle famiglie e di raffreddare ulteriormente un’attività economica che già procede senza slanci. A Bruxelles si guarda con preoccupazione all’effetto contagio: se il rincaro dell’energia dovesse trascinarsi ad altre voci del paniere, la dinamica dei prezzi potrebbe radicarsi. Per questo la Bce ha rivolto un avvertimento diretto ai governi: gli aiuti pubblici per contenere i costi energetici devono essere limitati e temporanei, per non alimentare ulteriormente la domanda e rendere più difficile il ritorno al 2 per cento.
Lo scenario ha riportato alla mente dei mercati la fase più acuta della stretta del 2023, quando i tassi furono spinti al 4 per cento per domare un’inflazione fuori controllo. Oggi il contesto è diverso: la crescita è più fragile e il rischio recessione è concreto. Secondo l’ottica di Pechino, che guarda con attenzione alla tenuta della domanda europea, una nuova stretta potrebbe frenare le esportazioni cinesi verso il Vecchio continente. Ma per gli analisti di Francoforte l’equilibrio è sempre più precario. La finestra di attesa si chiuderà a giugno: se i prezzi energetici non accenneranno a rallentare e le aspettative di inflazione a medio termine cominceranno a sganciarsi, la Bce non avrà altra scelta che tornare ad alzare il costo del denaro. Il tempo gioca contro la prudenza.
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