
Mondiale 2026, l'Iran abbandona gli Stati Uniti: il ritiro sarà in Messico
La federcalcio iraniana ha ottenuto dalla Fifa lo spostamento del campo base da Tucson a Tijuana. Ufficialmente per evitare ostacoli sui visti, ma sullo sfondo pesano le tensioni mediorientali e la sfiducia verso Washington.
Con una decisione che carica di significati politici la vigilia del primo Mondiale a tre paesi, l’Iran ha scelto di non appoggiarsi a suolo statunitense per il proprio ritiro nel 2026. Il presidente della Federazione, Mehdi Taj, ha annunciato che il quartier generale della Squadra nazionale è stato trasferito da Tucson, in Arizona, alla città messicana di Tijuana, a ridosso della frontiera con la California. L’intesa con la Fifa è maturata durante un vertice a Istanbul tra i vertici del calcio iraniano e i funzionari dell’organizzazione mondiale, come confermato anche da fonti giornalistiche tedesche, e rappresenta un compromesso logistico che consente a Teheran di aggirare l’incognita dei visti d’ingresso negli Stati Uniti.
Dal punto di vista iraniano, la mossa è prima di tutto una precauzione operativa. La possibilità che a membri della delegazione – atleti, staff tecnico, accompagnatori – venisse negato il visto in ragione di trascorsi politici o delle sanzioni ancora in vigore era concreta, e la stampa persiana ha riferito di “ostruzionismo” da parte americana. Tijuana, sponda messicana di un’area metropolitana transfrontaliera che include San Diego, dista appena 55 minuti di volo da Los Angeles, dove l’Iran dovrebbe disputare le prime due partite del girone. Inoltre, come ha sottolineato Taj in un video su Telegram, l’accordo permetterà alla squadra di raggiungere il Messico con voli diretti della compagnia di bandiera Iran Air, azzerando le complessità burocratiche. Le strutture del centro sportivo messicano, a ridosso dell’Oceano Pacifico, sono descritte come complete e pronte; il contratto è in fase di firma.
Dietro la razionalità organizzativa, tuttavia, si intuisce la volontà iraniana di non esporre il proprio simbolo nazionale alla giurisdizione di un paese con cui le relazioni restano tese, aggravate dalla guerra in Medio Oriente e dai timori per la sicurezza evocati da organi di informazione britannici e africani. Gli analisti mediorientali leggono la scelta come un atto di difesa simbolica: allenarsi e vivere per un mese in Messico significa sottrarsi all’eventualità di interrogatori, blocchi o provocazioni che potrebbero accompagnare la presenza statunitense. Fonti della stampa europea, come il quotidiano tedesco Bild, osservano con un certo scetticismo la versione ufficiale fondata sulla mera convenienza geografica, lasciando intendere che la decisione sia il frutto di un negoziato più ampio, in cui la Fifa ha mediato tra interessi contrapposti.
L’episodio è indicativo di una tendenza che potrebbe segnare l’intero torneo. L’inedita architettura a tre nazioni ospitanti (Stati Uniti, Canada e Messico) moltiplica i confini giuridici e politici, offrendo ai paesi con rapporti difficili con Washington una via di fuga nella scelta della base. Dal punto di vista italiano ed europeo, la vicenda conferma come lo sport globale sia ormai un palcoscenico su cui si proiettano le fratture della geopolitica, e solleva interrogativi sulla capacità della Fifa di garantire un clima neutrale. Se altre nazionali dovessero seguire l’esempio iraniano – spostando i ritiri in Messico o in Canada per evitare il territorio statunitense – l’organizzazione si troverebbe a gestire un Mondiale in cui gli stessi padroni di casa non rappresentano più un approdo scontato.
| Stampa latinoamericana | 0.00 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa iraniana e affini | +0.40 | aligned |
| Stampa europea continentale | −0.20 | neutral |
| Stampa arabo levante-Maghreb | −0.10 | neutral |
La notizia del trasferimento del campo base dell'Iran da Tucson a Tijuana viene riportata in modo fattuale, sottolineando l'approvazione della FIFA e la vicinanza al confine USA-Messico. L'enfasi è sulla logistica e sulla continuità del torneo, senza commenti politici.
La stampa iraniana celebra il trasferimento come una vittoria contro le 'ostilità politiche' degli Stati Uniti, che avrebbero negato i visti. La decisione è presentata come una soluzione intelligente per evitare umiliazioni, con orgoglio per la capacità di aggirare gli ostacoli.
La stampa europea continentale analizza la mossa come un sintomo delle tensioni geopolitiche tra Iran e USA, sottolineando che il cambio di sede è dovuto a problemi di visto e sicurezza. Il tono è misurato, con accenni alle implicazioni per la diplomazia sportiva.
La stampa araba riporta la notizia in modo neutro, evidenziando le ragioni pratiche del trasferimento, come la facilità dei visti. Non emerge una forte presa di posizione, ma si nota una certa comprensione per la scelta iraniana.
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