
L'Ue condiziona il prestito a Kiev a riforme fiscali impopolari: tensione tra solidarietà e rigore
L'Unione europea sta valutando di legare una parte del maxi-prestito da 90 miliardi di euro all'Ucraina all'adozione di misure fiscali dolorose per il tessuto imprenditoriale del paese. Secondo quanto emerge da fonti vicine alla Commissione europea, per ottenere la tranche di 8,4 miliardi di assistenza macrofinanziaria prevista per il 2026, Kiev dovrebbe introdurre un’aliquota Iva al 20% per le imprese oggi beneficiarie del regime agevolato, purché il loro fatturato annuo superi i quattro milioni di grivnie. Si tratta di una riforma che il governo ucraino calcola possa generare oltre 900 milioni di dollari all’anno, ma che rischia di esacerbare le tensioni sociali in un paese già provato dalla guerra. Parallelamente, fonti di Bruxelles riferiscono che l’esecutivo di Zelensky sta cercando di convincere il Fondo monetario internazionale a posticipare richieste analoghe nell’ambito di un altro programma di aiuti da otto miliardi di dollari, segno di un crescente scollamento tra le necessità immediate di Kiev e le condizioni poste dai donatori internazionali.
In questo clima si inserisce il braccio di ferro sul prossimo bilancio pluriennale dell’Unione, il Quadro finanziario 2028-2034. Il Parlamento europeo, riunito a Strasburgo, ha approvato una risoluzione che chiede un aumento delle risorse del 10% rispetto alla proposta della Commissione, pari a quasi 200 miliardi aggiuntivi, per far fronte sia alle politiche tradizionali sia alle nuove priorità – dalla difesa alla transizione verde. Tuttavia il Consiglio, dove siedono i Ventisette Stati membri, si mostra molto più restio ad allargare il bilancio, soprattutto di fronte a paesi come l’Italia che chiedono rigore nei conti comuni. Il paradosso è che mentre si discute di aumentare le entrate proprie europee, il negoziato sul prestito a Kiev rivela una logica opposta: si impongono clausole di condizionalità sempre più stringenti, quasi a voler compensare la generosità del finanziamento con un controllo severo sulle politiche interne ucraine.
A guardare la partita da Kiev, la scelta di Bruxelles appare duplice. Da un lato, c’è la consapevolezza che senza riforme strutturali il paese rischia di rimanere dipendente dagli aiuti esterni; dall’altro, l’inasprimento fiscale potrebbe colpire proprio quella piccola e media impresa che tiene in piedi l’economia in tempo di guerra. Dal punto di vista degli analisti italiani, la posta in gioco è anche politica: se l’Ue dovesse forzare la mano, potrebbe indebolire la già fragile coesione sociale ucraina, offrendo argomenti a chi taccia l’Occidente di voler dettare l’agenda. La partita si gioca su due tavoli: quello della solidarietà immediata e quello della sostenibilità di lungo periodo. L’esito dirà molto non solo del futuro di Kiev, ma della capacità dell’Europa di coniugare aiuti e riforme senza perdere di vista l’equilibrio democratico.
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