
L’Ue torna a guardare ai Balcani: vertice a Tivat, Montenegro e Albania aprono la strada
Il summit con i sei paesi balcanici rilancia l’allargamento dopo anni di stallo. Podgorica punta al 2028, Tirana al 2030. Ma il dossier ucraino complica il quadro.
Il vertice tra Unione europea e Balcani occidentali, tenutosi a Tivat in Montenegro, segna un punto di svolta nel lunghissimo percorso di allargamento. Dopo decenni di promesse e attese – l’ultimo ingresso risale al 2013 con la Croazia – i Ventisette tornano a discutere concretamente di integrazione, spinti dalla consapevolezza che la stabilità del continente passa anche da qui. La guerra in Ucraina ha reso più urgente il bisogno di un’Europa coesa, e il messaggio, ribadito dal presidente del Consiglio europeo Antonio Costa durante il suo tour nelle capitali balcaniche, è che la prospettiva europea resta aperta.
Sul piano operativo, Montenegro e Albania sono i candidati più avanzati. Podgorica ha aperto tutti i capitoli negoziali e ne ha chiusi provvisoriamente circa la metà; un gruppo tecnico lavora già al futuro Trattato di adesione, con l’obiettivo di concludere i negoziati entro il 2026 e l’ingresso nel 2028. L’Albania segue a ruota, con tutti i cluster aperti e una tabella di marcia che potrebbe portarla nell’Unione entro il 2030. Bruxelles, tuttavia, insiste che il calendario dipenderà esclusivamente dall’attuazione delle riforme, in particolare sullo stato di diritto e la lotta alla corruzione.
Le prospettive degli altri quattro partner – Serbia, Macedonia del Nord, Bosnia-Erzegovina e Kosovo – restano più incerte, gravate da tensioni bilaterali e arretratezze istituzionali. Ma proprio per questo il vertice di Tivat ha voluto rilanciare un processo che rischiava di arenarsi, con la partecipazione di leader chiave come il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese Emmanuel Macron e la premier italiana Giorgia Meloni. Merz ha sottolineato che «questa parte d’Europa appartiene, in prospettiva futura, all’Ue», mentre la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola ha dichiarato: «Più siamo grandi, più siamo sicuri».
Sullo sfondo, però, si agita il dossier ucraino. Come scrivono analisti italiani, l’ingresso di Kyiv non è un’opzione tra le tante: è una scelta decisiva per la sicurezza europea e un dovere morale dopo l’eroica resistenza contro l’aggressione russa. L’argomento non è accelerare le procedure, ma non tradire i valori fondanti dell’Unione. Tuttavia, i Ventisette appaiono divisi tra l’urgenza geopolitica e le obiezioni tecniche di chi teme un allargamento senza adeguate riforme interne.
A Tivat, il premier albanese Edi Rama ha evocato lo spirito di Helmut Kohl: quando cadde il Muro, il cancelliere tedesco non impose ai tedeschi dell’Est trentacinque capitoli negoziali, ma disse «ora siamo insieme e vi aiuteremo». Un appello alla politica – e al coraggio – in un’Europa che fatica a guardare oltre i propri confini. La sfida, ora, è trasformare le dichiarazioni in fatti, senza dimenticare che ogni allargamento è anche un atto di fede nel progetto comune.
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