
L’umiliazione di Phelan e la nuova purga al Pentagono mentre la flotta americana assedia l’Iran
Mentre la Marina degli Stati Uniti è schierata con due portaerei nel Golfo e mantiene un blocco navale nello Stretto di Hormuz, il Pentagono si è consumato un dramma di potere che ha portato alla defenestrazione del Segretario alla Marina, John Phelan. L’uomo che aveva promesso a Donald Trump una «flotta d’oro» da quasi trecento navi ha scoperto il proprio licenziamento da un post su X firmato dal Segretario alla Difesa Pete Hegseth. Phelan, miliardario della Florida e generoso finanziatore della campagna trumpiana con oltre 927mila dollari, ha atteso invano una notte alla Casa Bianca nella speranza di un intervento diretto del presidente, suo vicino di casa a Palm Beach. Se n’è andato a mani vuote, quinto alto dirigente a saltare in un mese e mezzo, mentre la poltrona vuota lascia un vuoto di comando in piena crisi con Teheran.
La vicenda di Phelan racchiude il paradosso della seconda amministrazione Trump. Reclutato per la fedeltà più che per la competenza, aveva costruito attorno a sé l’immagine del mecenate risoluto: un progetto di rinnovamento della flotta, la «Golden Fleet», ispirato alle ambizioni industriali del presidente. Secondo fonti dell’amministrazione americana, Hegseth e il suo vice Stephen Feinberg hanno convinto Trump che il ritmo della realizzazione era troppo lento e che Phelan, più incline al rapporto diretto con l’inquilino della Casa Bianca che alla disciplina gerarchica, si era inimicato troppi settori del Pentagono. Trump stesso ha poi spiegato il licenziamento con una formula sibillina: «Alcuni lo amavano, altri no. Ha avuto conflitti con diverse persone, soprattutto sull’acquisto di nuove navi».
A rendere preoccupante il vulnus è il contesto strategico. Lo Stretto di Hormuz è un collo di bottiglia da cui transita una quota decisiva del petrolio mondiale. Il dispositivo navale americano, sta condizionando militarmente il traffico iraniano mentre il Congresso dibatte l’autorizzazione all’uso della forza. In un momento simile, gli analisti di Bruxelles leggono l’instabilità dirigenziale come un fattore di rischio sistemico: la NATO e l’Unione Europea, dipendenti dalla sicurezza di quelle rotte, osservano con allarme un Pentagono che consuma una guerra di segreteria mentre dovrebbe gestire una guerra reale. Per l’Italia, in particolare, la parziale dipendenza energetica dalle forniture che attraversano il Golfo rende ogni intoppo della catena di comando americana un’incognita immediata.
Da Mosca l’ennesimo scontro interno all’amministrazione Trump viene incasellato nel racconto di un Occidente in disfacimento, come riportano fonti diplomatiche russe che sottolineano l’impossibilità di costruire un dialogo stabile con una controparte in perenne rissa. L’ottica di Pechino, per converso, potrebbe leggere la purga primaverile – che ha già spazzato via il capo di Stato Maggiore dell’Esercito e tre Segretari di Gabinetto – come la conferma di un processo decisionale erratico, proprio mentre la Cina consolida la propria postura nel Mar Cinese Meridionale. Contemporaneamente, osservatori di New York e Washington collegano l’accelerazione dei licenziamenti a un calcolo elettorale: con i repubblicani che rischiano di perdere il Senato a novembre, la Casa Bianca vuole piazzare figure fedeli prima di dover affrontare udienze di conferma ostili.
La destituzione di Phelan segna il ritorno di quel «tutti contro tutti» che già aveva caratterizzato il primo mandato, dopo un anno di apparente stabilità. Il paradosso, annotano analisti italiani, è che la presidenza Trump pretende lealtà assoluta ma genera strutture in cui la fedeltà è sempre sospetta e ogni fedelissimo diventa sacrificabile. Mentre la flotta continua a incrociare di fronte alle coste iraniane, la domanda che serpeggia tra le cancellerie europee è se una catena di comando così frammentata possa reggere l’urto di un’escalation involontaria. Per l’Italia e l’Europa, assistere da spettatori a questa epurazione non è un lusso geopolitico: è un avvertimento sulla fragilità della garanzia di sicurezza su cui poggia l’Occidente.
Allarga lo sguardo
Arabia Saudita, Turchia e Pakistan siglano il patto di difesa collettiva della Mecca
12 lingue · 57 testate
Da Economy & MarketsDazi USA del 15% sul polisilicio: la mossa di Trump per contrastare il dominio cinese
6 lingue · 16 testate
Da TechnologyL’amministrazione Trump esenta i modelli open-weight cinesi dai nuovi test di sicurezza sull’IA
3 lingue · 11 testate