
Il Pentagono certifica il declino di Teheran: capacità offensive ridotte del 90 per cento
Il comandante del Centcom annuncia che l'industria bellica iraniana è in ginocchio. Ma il Corpo delle Guardie resta un attore chiave nel paese.
Il capo del Comando centrale delle forze armate statunitensi, l’ammiraglio Brad Cooper, ha dichiarato davanti alla commissione del Senato che l’operazione militare contro l’Iran ha ridotto del 90 per cento le capacità offensive della Repubblica islamica. In meno di quaranta giorni, ha spiegato Cooper, le forze americane hanno centrato tutti gli obiettivi strategici, colpendo duramente l’industria missilistica, la base produttiva dei droni e la marina iraniana. Un risultato pagato a caro prezzo, come lo stesso ammiraglio ha riconosciuto, ma che secondo Washington ha reso Teheran incapace di lanciare attacchi massicci contro i vicini o contro gli interessi americani per almeno una generazione.
Eppure, accanto a questa narrazione di successo, emergono voci che suggeriscono un quadro meno netto. Fonti d’intelligence citate da osservatori internazionali indicano che l’Iran avrebbe nascosto parti sostanziali del suo arsenale missilistico e di droni in strutture sotterranee, conservando una capacità residua non trascurabile. Lo stesso Cooper ha evitato di smentire queste indiscrezioni, limitandosi a ribadire la tesi del degrado complessivo. Sul piano interno, inoltre, il comandante del Centcom ha riconosciuto che il Corpo delle Guardie della rivoluzione islamica conserva un’autorità notevole all’interno del paese, alimentando il dubbio su chi controlli davvero i dossier sensibili in vista di un futuro negoziato.
Sul piano regionale, l’impatto più immediato riguarda la rete dei proxy iraniani. Secondo le stime americane, il flusso di armi e sostegno verso Hamas, Hezbollah e gli Houthi sarebbe stato interrotto, privando questi gruppi della logistica necessaria per condurre attacchi coordinati. Se confermata, questa cesura ridisegnerebbe gli equilibri in Medio Oriente, con effetti potenziali anche sul Mediterraneo orientale e sul Mar Rosso, aree sensibili per l’Italia e l’Europa a causa dei traffici energetici e della stabilità del Canale di Suez. Tuttavia, il dibattito tra i senatori americani ha già mostrato crepe: alcuni legislatori mettono in guardia dai rischi economici di una escalation prolungata e dalle incognite di una ricostruzione regionale che potrebbe generare nuovi vuoti di potere.
In questo contesto, la prospettiva di una soluzione diplomatica resta incerta. Cooper ha rinviato ogni valutazione politica ai negoziatori, lasciando intendere che il dossier nucleare e il ruolo del Corpo delle Guardie saranno al centro di eventuali colloqui. Per l’Europa, che da anni cerca di mediare tra Washington e Teheran, il consolidamento del declino militare iraniano potrebbe aprire uno spiraglio per rilanciare le trattative sul programma atomico, ma anche alimentare la richiesta di garanzie di sicurezza da parte degli alleati del Golfo. Ciò che è certo è che, nonostante i colpi inferti, l’Iran conserva leva politica interna e capacità di resilienza: l’equazione tra disfatta militare e sconfitta strategica è tutt’altro che risolta.
| Stampa del Golfo arabo | +0.20 | neutral |
|---|---|---|
| Stampa russa e CSI | −0.10 | neutral |
| Stampa iraniana e affini | −0.50 | critical |
I media del Golfo riportano che il comandante statunitense dichiara una riduzione del 90% delle capacità offensive iraniane, ma sottolineano anche le divisioni nel Congresso americano sui costi economici e strategici dell'operazione. Pur accogliendo il successo tattico, emerge cautela sulle implicazioni a lungo termine e la resilienza dell'Iran.
La stampa russa riferisce che il capo del CENTCOM ha definito inattendibili le informazioni secondo cui l'Iran avrebbe conservato oltre il 70% del suo arsenale missilistico. Il resoconto si limita a riportare la versione statunitense, sottolineando che la base industriale della difesa iraniana sarebbe stata distrutta al 90% e non recuperabile per anni.
I media iraniani mettono in risalto l'ammissione del comandante americano secondo cui, nonostante i danni subiti, i Guardiani della Rivoluzione conservano un'autorità significativa sull'Iran. Viene quindi evidenziata una contraddizione interna al discorso statunitense, sminuendo la portata della presunta vittoria e riaffermando la resilienza del paese.
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