
La crisi del petrolio spinge l’Australia a cercare nuove rotte, tra panico e realismo
Quando il presidente americano Donald Trump ha esortato le nazioni impaurite dal blocco dello Stretto di Hormuz a comprare petrolio dagli Stati Uniti, l’Australia si è trovata di fronte a un bivio. Da Washington l’invito sembrava un’ancora di salvezza, ma per Canberra ha rappresentato l’avvio di una dolorosa ristrutturazione energetica. Il premier Anthony Albanese ha parlato di «tempi profondamente turbolenti», e non a caso: in poche settimane le riserve di benzina australiane sono aumentate solo di dieci giorni rispetto ai livelli prebellici, mentre il conflitto tra Iran, Israele e Stati Uniti si avvicina al secondo mese.
Dal punto di vista di Canberra, la diversificazione delle fonti di approvvigionamento è diventata una priorità strategica, ma il prezzo da pagare lo stanno già pagando i cittadini. A Melbourne, una impiegata scolastica ha rinunciato a portare l’auto sul traghetto per la Tasmania a causa di un sovrapprezzo del 15 per cento sui carburanti. Gli agricoltori hanno dovuto riorganizzare interi programmi di semina.
Le gite del fine settimana sono diventate un lusso. L’impatto sulla vita quotidiana è tangibile, e si intreccia con un malessere economico più profondo. Secondo un recente sondaggio, oltre sei australiani su dieci credono che il Paese sia già in recessione o vi entrerà entro un anno.
Un pessimismo che gli esperti, però, giudicano eccessivo. Gli economisti internazionali sottolineano che, sebbene l’inflazione stia accelerando e la banca centrale abbia alzato i tassi, i fondamentali dell’economia australiana reggono meglio di quanto suggerisca l’umore collettivo. Da Bruxelles si osserva con attenzione il caso australiano: è un laboratorio di ciò che potrebbe accadere in Europa se le rotte del Medio Oriente restassero instabili.
La sfida, per Canberra, è duplice: arginare l’emergenza immediata con nuove forniture, e al contempo accelerare la transizione verso l’elettrico, che già vede un timido incremento nelle vendite. Ma il vero nodo è politico: la fiducia dei cittadini, una volta incrinata, rischia di trasformare una crisi energetica in una crisi di consenso. Il futuro dirà se la «vibecession» australiana – questo scollamento tra percezione pubblica e dati oggettivi – sarà superata dai fatti o dalle paure.
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