
La fragile tregua tra Iran e Stati Uniti si incrina: nuovi missili su Abu Dhabi e Fujairah
Le difese aeree degli Emirati intercettano diciannove ordigni iraniani. Tre feriti. Lo scenario geopolitico si complica mentre l’Europa osserva con apprensione.
La tregua faticosamente negoziata lo scorso aprile tra Iran e l’asse Stati Uniti-Israele si è infranta lunedì quando l’aviazione di Teheran ha lanciato una nuova ondata di missili e droni contro gli Emirati Arabi Uniti. Il ministero della Difesa di Abu Dhabi ha riferito di aver intercettato dodici missili balistici, tre da crociera e quattro velivoli senza pilota, in quella che rappresenta la prima offensiva di questa portata dopo il cessate il fuoco entrato in vigore il 9 aprile. L’attacco ha provocato tre feriti moderati e ha colpito in particolare il complesso petrolifero di Fujairah, dove un drone iraniano ha innescato un vasto incendio in una zona industriale controllata dal colosso Vitol Group. Secondo l’ottica di Teheran, l’operazione sarebbe una ritorsione per le recenti incursioni israeliane in Siria, ma la comunità internazionale guarda con crescente allarme a un conflitto che sembra riaccendersi proprio mentre si tentava di stabilizzare il Golfo.
Il bilancio complessivo degli attacchi iraniani contro il suolo emiratino dal 28 febbraio scorso è ormai impressionante: 549 missili balistici, 29 da crociera e 2.260 droni, con 227 feriti di varie nazionalità, tra cui indiani, filippini, egiziani e persino cittadini iraniani residenti negli Emirati. La fragilità del cessate il fuoco era evidente già nelle settimane scorse, quando Teheran aveva continuato a lanciare aggressioni mirate, ma l’ultimo raid segna un salto di qualità: per la prima volta i missili balistici hanno superato le difese aeree americane, costringendo Abu Dhabi a chiudere le scuole e attivare le sirene di allarme in tutto il Paese. Dal punto di vista degli analisti di Bruxelles, l’escalation mette a rischio non solo la stabilità del Golfo, ma anche la sicurezza energetica europea, dato che gli Emirati sono un hub strategico per le forniture di petrolio e gas liquefatto.
Sul piano diplomatico, la reazione di Washington è stata cauta: la Casa Bianca ha confermato il proprio impegno a difendere gli alleati del Golfo, ma senza annunciare una risposta militare immediata. L’amministrazione Biden, impegnata nella campagna elettorale per le presidenziali del 2028, teme di allargare un conflitto che potrebbe coinvolgere direttamente le truppe americane di stanza in Bahrein e Qatar. Dalla prospettiva di Pechino, invece, l’instabilità nella regione rappresenta un’opportunità per rafforzare la propria mediazione con l’Arabia Saudita e l’Iran, mentre Mosca osserva con interesse l’indebolimento dell’influenza occidentale. Per l’Italia, che ha basi militari a Sigonella e partecipa alla missione navale europea Aspides, la crisi impone una riflessione urgente: la protezione delle rotte energetiche nel Golfo è vitale per l’approvvigionamento nazionale, e qualsiasi escalation rischia di ripercuotersi sui prezzi del carburante già alle stelle. L’Europa, divisa tra chi chiede sanzioni più dure contro Teheran e chi invoca una nuova tregua, dovrà presto scegliere da che parte stare.
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