
La Germania taglia le tasse sulla benzina: una mossa contestata tra guerra e inflazione
Il Bundestag ha approvato con una larga maggioranza di 453 voti a favore il cosiddetto “Tankrabatt”, uno sconto fiscale sui carburanti destinato a durare due mesi, da maggio a giugno. La decisione, ratificata lo stesso giorno dal Bundesrat, giunge in risposta all’impennata dei prezzi alla pompa provocata dal conflitto in Iran, che da fine febbraio tiene in scacco i mercati energetici globali. Il provvedimento prevede una riduzione delle accise di circa 17 centesimi per litro sia per la benzina che per il diesel, con un costo per le casse pubbliche stimato in 1,6 miliardi di euro. A complemento, il governo tedesco ha introdotto la possibilità per i datori di lavoro di erogare fino a mille euro esentasse ai propri dipendenti, un’agevolazione che sarà valida fino al 2027. La misura richiama alla mente i bonus concessi durante la pandemia, ma in un contesto ben diverso: l’Italia e altri paesi europei guardano con attenzione a questa soluzione, pur consapevoli delle sue ombre.
Da Berlino, la coalizione nero-rossa difende l’intervento come un sollievo immediato per automobilisti e imprese, in un momento in cui il prezzo del greggio continua a salire e la guerra iraniana alimenta l’incertezza. Tuttavia, il coro di critiche si è levato fin da subito, non solo tra le file dell’opposizione – 134 voti contrari – ma soprattutto tra gli economisti. Da Bruxelles e dai think tank tedeschi arriva un’osservazione netta: il taglio lineare delle accise non è mirato, e finisce per avvantaggiare in modo sproporzionato i ceti più abbienti, che consumano più carburante, mentre lascia scoperti i nuclei familiari a basso reddito, spesso costretti a utilizzare l’auto per necessità. La stessa obiezione era stata sollevata in Italia quando si parlò di ridurre l’Iva sui carburanti, dibattito che finora non ha prodotto esiti concreti a causa della rigidità dei conti pubblici. La scelta tedesca, in questo senso, rappresenta un precedente politico non trascurabile per l’intera Europa, dove l’inflazione energetica sta erodendo il potere d’acquisto delle classi medie.
Guardando al futuro, la misura tedesca solleva una questione strutturale. Da un lato, la politica ha bisogno di risposte rapide per contenere il malcontento sociale, e lo sconto sulle accise ha il pregio della semplicità attuativa. Dall’altro, gli analisti di Berlino e di altre capitali europee sottolineano come interventi così poco selettivi rischino di ritardare la transizione energetica e di non proteggere i più vulnerabili. Lo stesso dibattito infuria a Roma, dove il governo valuta misure alternative come i bonus una tantum per i redditi bassi. Il compromesso tedesco – una boccata d’ossigeno a costo di 1,6 miliardi – potrebbe diventare un modello o un monito, a seconda della sua efficacia reale una volta che i prezzi torneranno a scendere. Per ora, con la guerra in Iran che non accenna a una tregua, e con l’inflazione che stringe la morsa, la scelta di Berlino è un segnale più politico che economico: un tentativo di tenere insieme coesione sociale e pragmatismo di bilancio, in attesa di capire quanto durerà la tempesta.
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