
Argentina: il dollaro informale è stabile, ma il CCL sale e tradisce le tensioni
Il dato più significativo dell'ultima settimana sul fronte valutario argentino non è la stabilità del dollaro blue, che si mantiene inchiodato a 1.420 pesos per la vendita, ma il progressivo scivolamento del dollaro CCL, la quotazione finanziaria che si ottiene tramite l'acquisto di obbligazioni in pesos e la loro vendita in valuta estera. Questo indicatore ha raggiunto i 1.477,70 pesos, segnando un incremento dell'1% rispetto a sette giorni fa e del 2% da inizio aprile. Se da un lato il governo di Buenos Aires può rivendicare il successo del proprio ancoraggio — la breccia tra il dollaro ufficiale (1.415 pesos) e quello parallelo è ferma al 3% —, dall’altro il mercato finanziario sconta un premio implicito che tradisce l’attesa di un adeguamento del cambio.
Secondo gli analisti di Buenos Aires, la tenuta del blue è in larga parte artificiale, sostenuta da un controllo amministrativo dei flussi e da un intervento della banca centrale che, pur riducendo la volatilità, non elimina la domanda di copertura. Lo dimostra il fatto che il CCL, considerato un termometro più affidabile dell’inflazione attesa, sia schizzato del 23% su base annua, contro un blue che nell’intero 2026 ha guadagnato il 16%. In quest’ottica, il mercato sconta un disallineamento tra il tasso ufficiale e la realtà economica, aggravato da un’inflazione che a marzo ha superato il 200% annuo.
L’impatto sull’Italia e sull’Europa non è trascurabile: diverse imprese italiane attive nel settore energetico e agroalimentare in Argentina — si pensi a Eni o a gruppi vitivinicoli piemontesi — vedono ridursi i margini di profitto quando convertono i ricavi in pesos al tasso ufficiale, mentre le rimesse dei lavoratori italiani all’estero vengono erose dal differenziale. La stabilità apparente del blue potrebbe rivelarsi effimera: gli osservatori di Bruxelles sottolineano che, senza un accordo credibile con il Fondo Monetario Internazionale che sblocchi nuovi finanziamenti, il governo di Javier Milei sarà costretto a un aggiustamento più marcato del cambio entro l’estate australe, con ripercussioni a catena sui mercati emergenti e, di riflesso, su quelli europei.
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