
La guerra con Teheran ridisegna la sicurezza: smantellate cellule iraniane nel Golfo
La notizia che il Consiglio nazionale federale degli Emirati Arabi Uniti ha definito un «tradimento della patria» è molto più di un episodio di cronaca regionale: rappresenta la punta di un iceberg di una mobilitazione senza precedenti dei servizi di sicurezza del Golfo. Dopo mesi di conflitto a bassa intensità con l’Iran, le autorità emiratine hanno annunciato la disarticolazione di una rete terroristica composta da ventisette individui, accusata di progettare sabotaggi e azioni di destabilizzazione. L’operazione, rivelata il 20 aprile, si inserisce in un quadro più ampio che ha visto analoghi interventi in Qatar, Kuwait e Bahrein, tutti convergere verso una matrice comune: il coinvolgimento di proxy della Repubblica islamica.
Secondo gli analisti di Bruxelles, la guerra ha agito da catalizzatore, spingendo i servizi occidentali e del Golfo a coordinarsi con un’intensità mai vista prima. La vulnerabilità degli Emirati è stata del resto crudamente testimoniata durante il conflitto: più di duemilaottocento missili e droni hanno preso di mira il loro territorio, una cifra superiore a quella subita da Israele o da qualsiasi altro Stato della penisola arabica. Oltre il novanta per cento di quegli attacchi, secondo stime ufficiali, non era diretto contro obiettivi militari, ma verso infrastrutture civili e nodi economici, a dimostrazione di una strategia mirata a fiaccare la coesione sociale.
L’ottica di Teheran, naturalmente, respinge ogni addebito, ma le prove raccolte – documenti, video, materiali esplosivi sequestrati – disegnano una filiera che parte dalle milizie addestrate in Iran e arriva fino alle cellule dormienti sparse per il Golfo. Per l’Europa e per l’Italia in particolare, il monito è chiaro: le stesse reti logistiche utilizzate per colpire Abu Dhabi o Doha hanno ramificazioni in Africa settentrionale e nei Balcani, dove i servizi italiani hanno già registrato un aumento dei tentativi di reclutamento. La lezione che emerge da queste settimane è duplice.
Da un lato, la deterrenza costruita durante il conflitto ha dimostrato la sua efficacia: le intelligence del Golfo hanno imparato a riconoscere i segnali deboli e a prevenire gli attacchi. Dall’altro, però, la fine delle ostilità non significa la fine della minaccia. Gli analisti di Riad sottolineano che la repressione in corso rischia di spostare il baricentro delle operazioni iraniane verso teatri meno sorvegliati, come lo Yemen o il Corno d’Africa.
Per l’Italia, che guarda al Mediterraneo allargato come a un proprio perimetro strategico, la sfida è duplice: mantenere alta la guardia nei porti e nelle frontiere, e al contempo non lasciare che la retorica securitaria offuschi la necessità di un dialogo diplomatico con l’Iran, oggi più che mai indispensabile per evitare una nuova escalation.
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