
La guerra delle tregue: Mosca e Kiev si sfidano sulle date del silenzio delle armi
Russia annuncia cessate il fuoco per l’8 e 9 maggio, Ucraina anticipa al 5-6. Dietro le quinte, la partita politica sulla memoria e la credibilità dei leader.
La vigilia del 9 maggio, data in cui la Russia celebra la vittoria sul nazifascismo, si trasforma quest’anno in uno scacchiere di annunci incrociati e minacce. Mosca ha dichiarato un cessate il fuoco unilaterale per l’8 e il 9 maggio, sperando che Kiev segua l’esempio. Ma da Kiev è arrivata una replica a sorpresa: il presidente Zelensky ha proposto un proprio “regime di silenzio” a partire dalla mezzanotte tra il 5 e il 6, sostenendo che la vita umana vale più di ogni celebrazione. Lo scarto temporale non è un dettaglio tecnico: è il segnale di una profonda sfiducia reciproca, in cui ogni mossa viene interpretata come una provocazione o una trappola.
Dal punto di vista di Mosca, la tregua è un gesto di buona volontà, già ventilato durante la telefonata tra Putin e Trump la settimana scorsa. Il Cremlino, però, non ha esitato ad aggiungere una minaccia esplicita: se l’Ucraina tenterà di sabotare le celebrazioni sulla Piazza Rossa, le forze armate russe sferreranno un massiccio attacco missilistico sul centro di Kiev. Un’avvertenza che ha spinto il ministero della Difesa a invitare i cittadini ucraini e il personale diplomatico straniero ad abbandonare la capitale. Per gli analisti di Bruxelles, questo doppio registro – pace annunciata e guerra paventata – rivela la volontà russa di usare la ricorrenza come leva per consolidare il consenso interno, mentre sul campo i combattimenti continuano.
L’ottica di Pechino, che segue con attenzione le mosse di Mosca, vede in questa contrapposizione un’ulteriore prova della difficoltà di qualsiasi mediazione. Il conflitto in Ucraina, dopo l’invasione su larga scala del 2022, è entrato in una fase di stallo diplomatico, aggravato dal fatto che gli Stati Uniti hanno spostato la loro attenzione sul Medio Oriente. L’Europa, nel frattempo, osserva con apprensione: per l’Italia, il tema della memoria storica del 25 aprile e del 9 maggio ha sempre avuto un peso particolare, e vedere la data della Liberazione europea trasformata in un pretesto per escalation belliche lascia un senso di amarezza.
Zelensky ha ribadito di non aver ricevuto alcuna richiesta ufficiale da Mosca sulle modalità del cessate il fuoco, e ha definito la proposta russa “cinica e disonesta” alla luce dei bombardamenti quotidiani. Il ministro degli Esteri ucraino ha spiegato che l’offerta di Kiev è in realtà un appello alla diplomazia: «Se Mosca vuole la pace, può cominciare già domani sera». Ma la risposta del Cremlino deciderà se prevarrà la logica dei negoziati o quella della spettacolarizzazione patriottica.
Guardando avanti, gli analisti convergono su un punto: queste tregue parallele non rappresentano un passo verso la pace, ma piuttosto l’ennesimo capitolo di una guerra ibrida in cui ogni atto – persino il silenzio delle armi – è calcolato per ottenere un vantaggio politico. L’Italia, come il resto dell’Europa, dovrà prepararsi a un conflitto che non conosce tregue sincere, solo pause strategiche.
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