
Venticinque miliardi di dollari: il primo conto della guerra in Iran accende lo scontro a Washington
Per la prima volta da quando l’amministrazione Trump ha lanciato l’operazione Furia Epica contro l’Iran, il Pentagono ha messo un numero certo sul conflitto: venticinque miliardi di dollari in due mesi, spesi soprattutto in munizioni. Il dato è stato rivelato mercoledì dal controllore del Dipartimento della Difesa, Jules Hurst, durante un’audizione alla Camera – la prima del segretario Pete Hegseth dall’inizio della guerra. L’annuncio, però, ha immediatamente acceso uno scontro politico che promette di allargarsi al Senato nelle prossime ore. I democratici, forti di un’opinione pubblica sempre più scettica, hanno incalzato Hegseth chiedendo non solo giustificazioni per i costi – che secondo fonti vicine al Congresso sarebbero sottostimati – ma anche una strategia chiara per porre fine a un conflitto privo di autorizzazione legislativa.
A Washington il clima è incandescente. Hegseth ha replicato con tono combattivo, accusando l’opposizione di «parole disfattiste» e difendendo la necessità di negare all’Iran l’arma nucleare. Tuttavia, la mancanza di una data di scadenza – il presidente Trump ha solo minacciato di chiedere a Teheran di «arrendersi» – ha lasciato insoddisfatti anche alcuni repubblicani, che ricordano come il 1° maggio scada il termine di sessanta giorni oltre il quale il Congresso potrebbe imporre un ritiro. Il budget proposto per la Difesa, un record di mille e cinquecento miliardi di dollari, è stato presentato come il veicolo per rimpiazzare droni, missili e navi consumati dall’operazione, ma il costo reale – compresi i danni alla flotta nello Stretto di Hormuz – appare destinato a crescere.
A Bruxelles e nelle cancellerie europee il clima è di preoccupazione crescente. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha già fatto impennare i prezzi del greggio e del gas, colpendo un’Europa ancora alle prese con la transizione energetica. Gli analisti europei vedono nel conflitto un moltiplicatore di instabilità che rischia di allontanare qualsiasi prospettiva di de-escalation, mentre Pechino – che dall’Iran importa una quota significativa del proprio petrolio – segue con attenzione la tenuta delle rotte commerciali, temendo un contagio regionale.
L’esito della partita si giocherà nei prossimi mesi, tra le elezioni di midterm e la necessità di un supplemental spending request che il Pentagono non ha ancora formalmente presentato. I democratici sperano di trasformare l’impopolare guerra in un tema decisivo per la campagna, ma l’amministrazione Trump scommette su una rapida vittoria militare o su un accordo forzato. Quel che è certo è che venticinque miliardi di dollari rappresentano solo l’acconto di un conto che potrebbe rivelarsi molto più salato per contribuenti, alleati e per la stessa stabilità del Medio Oriente.
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