
La guerra in Iran prosciuga gli arsenali USA: rischi per Taiwan e allarme in Europa
L’operazione militare americana contro l’Iran ha consumato in poco più di un mese un numero sorprendente di munizioni di precisione, mettendo a nudo una fragilità logistica che preoccupa tanto il Pentagono quanto i partner europei e asiatici. Secondo fonti interne all’amministrazione statunitense, sarebbero stati lanciati oltre mille missili cruise Tomahawk – ciascuno dal costo di circa 2,6 milioni di dollari – e tra 1.500 e 2.000 missili intercettori delle famiglie Standard Missile, THAAD e Patriot. Un volume di fuoco che ha prosciugato in pochi giorni riserve pensate per scenari ben più ampi, come un eventuale conflitto con la Cina attorno a Taiwan. Dal punto di vista di Washington, l’emergenza è duplice: da un lato la necessità di sostenere una campagna ancora in corso, dall’altro il timore di restare scoperti su altri fronti strategici. Gli analisti del Center for Strategic and International Studies calcolano che in 39 giorni siano state impiegate più della metà delle scorte prebelliche di alcuni sistemi. Il ritmo di fuoco ha costretto i vertici militari a ripensare le priorità: si parla già di un parziale passaggio a munizioni più economiche e meno sofisticate, segnale di un adattamento forzato alle nuove dinamiche del conflitto.
La situazione non passa inosservata a Bruxelles. I Paesi europei, Italia inclusa, dipendono in larga misura dal deterrente americano sia per la difesa aerea sia per la protezione di aree strategiche come il Mediterraneo orientale. Un esaurimento delle scorte statunitensi riduce i margini di intervento collettivo della Nato e potrebbe accelerare le pressioni su Roma e gli alleati per aumentare la spesa in armamenti e capacità industriali autonome. Nel frattempo, secondo l’ottica di Pechino, questi segnali di stanchezza offrono una lettura immediata: la capacità americana di proiettare potenza su due teatri è messa in discussione. Funzionari della Casa Bianca, citati dalla stampa, ammettono che il ripristino completo degli arsenali potrebbe richiedere fino a sei anni, un orizzonte che rende più incerto qualsiasi impegno militare futuro, a cominciare dalla difesa di Taiwan.
La strategia di Trump in Iran, fin qui condotta con un impiego massiccio di fuoco a lunga gittata, sta quindi producendo un effetto paradossale: indebolisce la postura complessiva degli Stati Uniti proprio mentre il mondo si interroga sulla loro tenuta come garanti dell’ordine internazionale. La prospettiva di un conflitto prolungato nell’altra sponda del Pacifico appare oggi meno scontata, e il dibattito interno all’amministrazione sulla distribuzione delle risorse ne è la cartina di tornasole. L’Europa, che già osserva con apprensione l’evolversi del teatro mediorientale, dovrà fare i conti con una nuova incognita: la ridotta affidabilità di un alleato che, per la prima volta da decenni, potrebbe non disporre delle munizioni necessarie a difendere i propri impegni globali.
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