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venerdì 24 aprile 2026

La memoria strappata: Pashinyan rilegge il genocidio edivide l’Armenia

Nel giorno in cui Yerevan si accende di fiaccole e silenzio, il primo ministro armeno ha scelto di rompere la liturgia del lutto con una dichiarazione che nessun suo predecessore aveva mai osato pronunciare. Nikol Pashinyan, nell’intervento per i 111 anni dal Metz Yeghern, ha affermato che lo sterminio degli armeni fu «anche la conseguenza del coinvolgimento del popolo armeno negli intrighi internazionali», una spirale cominciata a metà Ottocento e culminata nella tragedia del 1915. Le sue parole, diffuse mentre una lunga scia di giovani con torce risaliva la collina di Tsitsernakaberd – un «organismo unico», come lo descrivono i testimoni –, hanno incrinato il racconto identitario che da un secolo tiene insieme la nazione. Non una negazione, ma una rilettura che sposta parte della catena causale dalla sola volontà annientatrice ottomana a un gioco di potenze in cui gli armeni, secondo Pashinyan, furono trascinati come pedine.

La frattura non è solo storiografica. Dall’ottica di Yerevan, il premier aggiunge un monito inedito: «Non si può permettere che il genocidio armeno diventi uno strumento di lotta tra attori internazionali gli uni contro gli altri». È un’invocazione di autonomia morale che riflette la delicata posizione dell’Armenia, sospesa fra la protezione militare russa sempre più incerta e le speranze di un riavvicinamento alla Turchia dopo la perdita del Nagorno-Karabakh. Secondo gli analisti di Bruxelles, proprio la ricerca di una normalizzazione regionale spinge Erevan a ricalibrare il peso della memoria, tentando di sottrarla alla retorica di blocco che per decenni ha irrigidito le relazioni con Ankara e Baku. Un calcolo che però rischia di scavare un solco profondo fra la madrepatria e le comunità della diaspora.

A Beirut, quel legame appare intatto, persino vitale. La comunità armena libanese – parte integrante del tessuto politico ed economico del paese, come hanno ricordato il presidente Joseph Aoun e il vicario patriarcale monsignor Mashdots Zaterian – ha costruito nei decenni un modello di integrazione non assimilazionista, mantenendo lingua, riti e memoria. Nelle parole di Aoun, i libanesi di origine armena «non sono mai stati ospiti, ma partner autentici nella costruzione del Libano», un riconoscimento che suona quasi come l’altra faccia della tirata pashinyana: qui il genocidio non è un capitolo da riscrivere, ma un fondamento identitario che ha permesso a una comunità di non scomparire, pur fra nuove migrazioni verso gli Stati Uniti e la stessa Armenia.

Da Parigi giunge un’eco diversa, che riporta il discorso sul piano del diritto internazionale tradito. Settantanove parlamentari francesi, dalla destra gollista alla sinistra radicale, hanno firmato un appello affinché il 24 aprile non resti semplice commemorazione, ma diventi leva per un sistema giuridico che protegga realmente i popoli. La Francia è evocata come potenza garante e la causa armena viene legata esplicitamente alla sorte del Nagorno-Karabakh, a rappresentare il senso di una ferita ancora aperta che, dall’ottica di Parigi, dovrebbe impegnare la comunità internazionale a non ripetere il silenzio di allora.

In questo crocevia di voci, l’Italia e l’Europa possono leggere un dilemma che le riguarda da vicino. La tentazione di usare le memorie storiche come armi nei contenziosi geopolitici – dall’ingresso della Turchia nell’Unione ai nuovi assetti caucasici – è speculare al rischio di svuotare quelle stesse memorie per un immediato guadagno diplomatico. La marcia silenziosa delle fiaccole a Yerevan, con i suoi giovani volti illuminati da una luce tremolante, custodisce una verità non negoziabile: la memoria si può declinare in politica, ma nessuna ragion di Stato può permettersi di spengerla. Sta qui, forse, l’insegnamento dei 111 anni appena trascorsi.

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La memoria strappata: Pashinyan rilegge il genocidio edivide l’Armenia

Nel giorno in cui Yerevan si accende di fiaccole e silenzio, il primo ministro armeno ha scelto di rompere la liturgia del lutto con una dichiarazione che nessun suo predecessore aveva mai osato pronunciare. Nikol Pashinyan, nell’intervento per i 111 anni dal Metz Yeghern, ha affermato che lo sterminio degli armeni fu «anche la conseguenza del coinvolgimento del popolo armeno negli intrighi internazionali», una spirale cominciata a metà Ottocento e culminata nella tragedia del 1915. Le sue parole, diffuse mentre una lunga scia di giovani con torce risaliva la collina di Tsitsernakaberd – un «organismo unico», come lo descrivono i testimoni –, hanno incrinato il racconto identitario che da un secolo tiene insieme la nazione. Non una negazione, ma una rilettura che sposta parte della catena causale dalla sola volontà annientatrice ottomana a un gioco di potenze in cui gli armeni, secondo Pashinyan, furono trascinati come pedine.

La frattura non è solo storiografica. Dall’ottica di Yerevan, il premier aggiunge un monito inedito: «Non si può permettere che il genocidio armeno diventi uno strumento di lotta tra attori internazionali gli uni contro gli altri». È un’invocazione di autonomia morale che riflette la delicata posizione dell’Armenia, sospesa fra la protezione militare russa sempre più incerta e le speranze di un riavvicinamento alla Turchia dopo la perdita del Nagorno-Karabakh. Secondo gli analisti di Bruxelles, proprio la ricerca di una normalizzazione regionale spinge Erevan a ricalibrare il peso della memoria, tentando di sottrarla alla retorica di blocco che per decenni ha irrigidito le relazioni con Ankara e Baku. Un calcolo che però rischia di scavare un solco profondo fra la madrepatria e le comunità della diaspora.

A Beirut, quel legame appare intatto, persino vitale. La comunità armena libanese – parte integrante del tessuto politico ed economico del paese, come hanno ricordato il presidente Joseph Aoun e il vicario patriarcale monsignor Mashdots Zaterian – ha costruito nei decenni un modello di integrazione non assimilazionista, mantenendo lingua, riti e memoria. Nelle parole di Aoun, i libanesi di origine armena «non sono mai stati ospiti, ma partner autentici nella costruzione del Libano», un riconoscimento che suona quasi come l’altra faccia della tirata pashinyana: qui il genocidio non è un capitolo da riscrivere, ma un fondamento identitario che ha permesso a una comunità di non scomparire, pur fra nuove migrazioni verso gli Stati Uniti e la stessa Armenia.

Da Parigi giunge un’eco diversa, che riporta il discorso sul piano del diritto internazionale tradito. Settantanove parlamentari francesi, dalla destra gollista alla sinistra radicale, hanno firmato un appello affinché il 24 aprile non resti semplice commemorazione, ma diventi leva per un sistema giuridico che protegga realmente i popoli. La Francia è evocata come potenza garante e la causa armena viene legata esplicitamente alla sorte del Nagorno-Karabakh, a rappresentare il senso di una ferita ancora aperta che, dall’ottica di Parigi, dovrebbe impegnare la comunità internazionale a non ripetere il silenzio di allora.

In questo crocevia di voci, l’Italia e l’Europa possono leggere un dilemma che le riguarda da vicino. La tentazione di usare le memorie storiche come armi nei contenziosi geopolitici – dall’ingresso della Turchia nell’Unione ai nuovi assetti caucasici – è speculare al rischio di svuotare quelle stesse memorie per un immediato guadagno diplomatico. La marcia silenziosa delle fiaccole a Yerevan, con i suoi giovani volti illuminati da una luce tremolante, custodisce una verità non negoziabile: la memoria si può declinare in politica, ma nessuna ragion di Stato può permettersi di spengerla. Sta qui, forse, l’insegnamento dei 111 anni appena trascorsi.

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