
Il biglietto sigillato di Epstein: sette anni di silenzio sulla morte del finanziere
Un foglio giallo strappato da un blocco per appunti legali, infilato tra le pagine di un romanzo a fumetti e rimasto nascosto per quasi sette anni nel caveau di un tribunale federale di New York. Il presunto messaggio d’addio di Jeffrey Epstein – poche righe: «Cosa volete che faccia, che scoppi a piangere? È ora di dire addio» – non è mai entrato nel fascicolo ufficiale sulla sua morte, né il Dipartimento di Giustizia americano ha potuto esaminarlo durante le indagini. Solo ora, grazie a un’istanza del New York Times presso il giudice distrettuale, il pubblico potrebbe finalmente conoscerne il contenuto integrale e la collocazione precisa nella catena di eventi che nell’agosto 2019 ha portato al suicidio del finanziere, accusato di traffico sessuale di minori, in una cella del Metropolitan Correctional Center di Manhattan.
A ritrovare il biglietto fu, nel luglio 2019, Nicholas Tartaglione, ex poliziotto condannato per un quadruplice omicidio e all’epoca compagno di cella di Epstein. Secondo le ricostruzioni fatte proprie dalla stampa statunitense, Tartaglione notò il foglio dopo che Epstein era stato trovato privo di sensi con una striscia di stoffa attorno al collo – un primo tentativo di togliersi la vita, su cui lo stesso detenuto aveva poi fornito versioni contraddittorie, arrivando ad accusare Tartaglione di averlo aggredito. Fu proprio l’ex poliziotto a consegnare il messaggio ai propri legali, in un primo momento perché ritenuto utile a sostenere la tesi dell’aggressione, e solo in seguito il documento venne depositato e sigillato dal giudice nell’ambito del procedimento penale a carico di Tartaglione.
La vicenda assume contorni ancora più opachi se letta attraverso le lenti di Bruxelles e delle cancellerie europee, da sempre attente agli intrecci tra potere, finanza e crimini sessuali che il caso Epstein ha portato alla luce. L’eco del dossier Epstein è risuonato a lungo anche in Italia, dove le connessioni del finanziere con ambienti accademici, scientifici e aristocratici hanno suscitato interrogativi mai del tutto sopiti, e dove la richiesta di trasparenza sulle reti di protezione di cui godette per anni il finanziere resta un nodo irrisolto. Che un possibile testamento morale dell’uomo-chiave di quella rete sia rimasto invisibile agli investigatori e all’opinione pubblica rievoca, per il lettore europeo, l’antico sospetto di un establishment che protegge se stesso, chiudendo cassetti che potrebbero rivelare connivenze scomode.
Dal punto di vista degli analisti di Washington, la reticenza giudiziaria che ha circondato il biglietto – menzionato in forma criptica in una cronologia del Dipartimento di Giustizia, ma mai acquisito formalmente – solleva un problema di metodo: come è possibile condurre un’inchiesta “esaustiva” sulla morte di un detenuto eccellente senza prendere in esame un messaggio d’addio? La risposta, al momento, è affidata all’eventuale desecretazione, che potrebbe sia confermare la natura autentica del biglietto sia aprire nuovi interrogativi sulle ultime ore di Epstein, sul ruolo del personale penitenziario e sulle pressioni che incombevano sulla sua permanenza in carcere.
L’iniziativa del New York Times segna così un passaggio delicato. Se il giudice accoglierà l’istanza, il contenuto completo del messaggio potrà offrire una chiave per decifrare il tormento di un uomo che, morendo, ha portato con sé segreti capaci di scuotere le élite su entrambe le sponde dell’Atlantico. In caso contrario, il velo di opacità si ispessirà, alimentando le teorie del complotto e confermando, per molti osservatori internazionali, che la giustizia americana non ha ancora fatto piena luce su uno dei capitoli più torbidi della recente storia giudiziaria, in cui le vittime attendono ancora verità e riparazione.
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