
Scadenza fatidica per la guerra in Iran: l’amministrazione Trump dichiara le ostilità terminate
Il 1° maggio segna la scadenza dei sessanta giorni previsti dal War Powers Resolution, la legge del 1973 che impone al presidente americano di ottenere l’autorizzazione del Congresso per prolungare un conflitto oltre tale termine. Di fronte a questo appuntamento, l’amministrazione Trump ha scelto la via più netta: dichiarare la guerra in Iran già conclusa. Un alto funzionario ha sostenuto che, con il cessate il fuoco entrato in vigore all’inizio di aprile, le ostilità «sono terminate», e dunque non sarebbe più necessario chiedere il placido del legislativo. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth aveva già anticipato la linea nel corso di un’audizione al Senato, affermando che la tregua aveva di fatto «messo in pausa» l’orologio della norma federale. Una interpretazione che, nell’ottica di Washington, consentirebbe di aggirare un confronto diretto con un Parlamento profondamente diviso.
La lettura dell’esecutivo è però contestata dalla minoranza democratica, che la giudica «priva di fondamento giuridico» e accusa la Casa Bianca di voler eludere il dettato costituzionale. Per i democratici, il fatto che non vi siano scambi di fuoco dal 7 aprile non equivale alla fine formale del conflitto: la tregua è fragile, i colloqui per un trattato di pace non sono ancora iniziati e la pressione militare resta alta. Dal punto di vista di Teheran, la tregua ha congelato gli scontri diretti ma non ha risolto la contesa sullo Stretto di Hormuz, dove le forze navali statunitensi e iraniane continuano a sfidarsi in un braccio di ferro che minaccia le rotte del petrolio. Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, la posta in gioco è altissima: un’escalation nel Golfo Persico farebbe impennare i prezzi dell’energia e metterebbe a repentaglio la sicurezza degli approvvigionamenti, in un momento in cui il continente cerca di diversificare le fonti dopo la crisi ucraina.
Nel frattempo, il fronte politico interno si irrigidisce. Se la maggioranza repubblicana finora ha sostenuto il presidente, tra le sue file cresce un disagio silenzioso di fronte a un conflitto che rischia di proseguire senza un mandato esplicito. Alcuni analisti, vicini agli ambienti del Campidoglio, ipotizzano che l’amministrazione possa notificare al Congresso una proroga di trenta giorni, oppure semplicemente ignorare la scadenza, confidando nella debolezza dell’opposizione e nell’incertezza giuridica. Sarebbe uno scontro istituzionale di prima grandezza, destinato a ridefinire i confini del potere esecutivo in materia bellica.
Guardando avanti, il nodo resta la tenuta del cessate il fuoco. Bruxelles guarda con apprensione a una possibile ripresa delle ostilità, mentre i diplomatici europei cercano di ritagliarsi un ruolo di mediazione, consapevoli che una escalation nell’area avrebbe conseguenze dirette per la stabilità del Mediterraneo allargato e per le economie del Vecchio Continente. Senza una legittimazione congressuale, la posizione di Trump diventa più esposta, e il margine di manovra si restringe. La partita, a questo punto, non è più solo militare, ma costituzionale.
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