
La pace armata del 2025: spesa militare record, l’Italia accelera del venti per cento
La spesa militare mondiale ha infranto ogni barriera, toccando nel 2025 la cifra iperbolica di 2.887 miliardi di dollari. L’undicesimo incremento consecutivo, certificato dall’Istituto internazionale di Stoccolma per la ricerca sulla pace, porta la voce difesa a rappresentare in media il 2,5 per cento del prodotto interno lordo planetario: un picco mai raggiunto in tempo di pace. Il dato che più colpisce è la divaricazione atlantica. Mentre Washington ha ridotto la propria spesa del 7,5 per cento, in larga parte per la decisione di Donald Trump di sospendere gli aiuti militari all’Ucraina, l’Europa ha risposto con una sterzata di rialzo del 14 per cento, toccando gli 864 miliardi. Fra i Paesi del continente, l’Italia si colloca tra i più rapidi a riempire i capitoli di bilancio della difesa, con un balzo del 20 per cento che ha portato gli analisti di Bruxelles a interrogarsi sulla sostenibilità di un simile ritmo all’interno di un’area ancora alle prese con i vincoli del Patto di stabilità.
L’accelerazione europea non è un fenomeno isolato. Il Vecchio Continente è oggi il teatro di un paradosso evidente nelle cifre: la Germania, con un bilancio militare di 108 miliardi di euro, spende più dell’Ucraina, che pure con 46 miliardi destina alla difesa il 63 per cento della spesa pubblica e assorbe per le armi oltre il 40 per cento del proprio Pil – la quota più alta al mondo. Il Cremlino, da parte sua, ha incrementato l’investimento bellico del 5,9 per cento, portandolo al 7,5 per cento del prodotto interno, mentre Kiev resta quarta nella classifica della spesa in rapporto alla ricchezza nazionale. Nell’ottica di Pechino, la lettura è duplice: l’aumento asiatico dell’8,5 per cento riflette la competitività strategica con l’India, salita al quinto posto globale con 92,1 miliardi di dollari, e la tensione latente fra Nuova Delhi e Islamabad, esplosa in uno scontro limitato ma intenso nel maggio 2025 che ha spinto il Pakistan a un più 11 per cento.
Anche il Mediterraneo allargato vive una sua corsa. Secondo i rapporti che circolano ad Algeri, il paese nordafricano guida la spesa continentale con 25,4 miliardi di dollari, destinando alla difesa una quota del bilancio statale seconda solo a quella ucraina. Il Marocco segue a ruota, alimentando una competizione regionale che il Sipri lega esplicitamente alla «prolungata tensione» fra i due vicini.
Eppure, il riarmo generalizzato comincia a suscitare più di un interrogativo nelle istituzioni finanziarie. Gli economisti del Fondo monetario internazionale, nel World Economic Outlook di aprile, hanno scelto di intitolare l’analisi congiunturale «L’economia globale all’ombra della guerra» proprio mentre la Nato ha fissato al 5 per cento del Pil l’obiettivo di spesa per la difesa entro il 2035 – più del doppio del vecchio parametro del 2 per cento. Due corposi capitoli di ricerca documentano, senza però trarne conclusioni nette, come ondate significative di spesa militare tendano ad assorbire risorse destinate a sanità, istruzione e investimenti produttivi, in un contesto di debito pubblico già ai massimi dalla Seconda guerra mondiale. Il messaggio, filtrato dai corridoi di Washington, è che l’era della «disciplina fiscale» come priorità assoluta sia ormai alle spalle.
Lo scenario che si profila per il 2026, secondo l’ottica di Stoccolma, è quello di un’ulteriore crescita, sospinta dal perdurare della guerra in Iran e dalla ridefinizione degli equilibri di sicurezza globale. Mentre l’Italia si appresta a nuovi stanziamenti, resta aperta la domanda se questa pace armata possa davvero comprare stabilità o se stia invece plasmando le premesse di una nuova guerra fredda a rate crescenti.
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