
La pace armata del mondo: spese militari a 2.890 miliardi, Europa in prima linea
Per l’undicesimo anno consecutivo la spesa militare globale ha infranto ogni record, toccando nel 2025 la cifra di 2.890 miliardi di dollari. È un paradosso solo apparente: il +2,9% rispetto al 2024 si è materializzato nonostante un calo del 7,5% degli Stati Uniti, storicamente il primo investitore planetario in armi. Washington ha infatti congelato i nuovi aiuti militari all’Ucraina, ma il vuoto è stato più che colmato dalle accelerazioni in Europa e in Asia, in quello che il Sipri di Stoccolma descrive come «un altro anno di guerre e tensioni crescenti». Il peso militare sull’economia mondiale è così risalito al 2,5% del Pil, una soglia che non si vedeva dalla coda della crisi finanziaria globale del 2009.
L’Europa è stata la regione con la progressione più rapida: la spesa complessiva ha raggiunto 864 miliardi di dollari, sospinta da una percezione di minaccia che a Bruxelles viene ormai data per strutturale. Le ripetute esternazioni di Donald Trump su un possibile disimpegno dalla NATO hanno funzionato da detonatore psicologico, imponendo ai governi del continente una revisione radicale delle politiche di difesa. La Germania, in testa alla classifica europea, ha impresso una svolta che solo pochi anni fa sarebbe stata inimmaginabile, mentre i paesi del fianco orientale hanno proseguito il riarmo accelerato. Secondo gli analisti delle cancellerie comunitarie, questa dinamica è destinata a consolidarsi indipendentemente dal colore dei futuri esecutivi, perché la guerra in Ucraina ha reso irreversibile il superamento del tabù della spesa militare.
Osservando il quadrante del Pacifico, il quadro non è meno eloquente. In Asia la spesa è salita al ritmo più elevato dal 2009, fino a toccare i 681 miliardi di dollari. L’ottica di Tokyo, Seul e Canberra rivela un’inquietudine di fondo: l’affidabilità della garanzia di sicurezza americana non è più scontata. L’«effetto Trump» ha agito da catalizzatore, accelerando piani di potenziamento che erano già in cantiere per controbilanciare l’ascesa militare cinese. Pechino, dal canto suo, continua ad aumentare il proprio bilancio in modo costante, ritenendo indispensabile proiettare forza in un contesto regionale sempre più competitivo.
A livello aggregato, Stati Uniti, Cina e Russia assorbono ancora più della metà della spesa mondiale – 1.480 miliardi di dollari – ma la tendenza indica una distribuzione gradualmente più diffusa dell’onere. Lo stesso Sipri avverte che, «dati gli attuali focolai di crisi e gli obiettivi di lungo termine di molti Stati, la crescita proseguirà probabilmente nel 2026 e oltre». Per l’Italia e per l’Europa nel suo insieme, la prospettiva è densa di implicazioni: conciliare lo sforzo per la difesa comune con i vincoli di bilancio e con le attese dei cittadini richiederà una capacità di sintesi politica che resta ancora in buona parte da costruire. In un mondo che sceglie la via delle armi per rispondere all’insicurezza, la vera sfida sarà impedire che la corsa al riarmo diventi l’unico linguaggio della diplomazia.
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