
La scommessa di Carlo III: ricucire l’alleanza atlantica tra Iran, dazi e ombre sovraniste
Nella storia recente delle relazioni transatlantiche, raramente un gesto simbolico si era caricato di una posta politica così concreta. Lunedì 27 aprile Carlo III e la regina Camilla atterreranno a Washington per un viaggio di Stato di quattro giorni che la stessa corte ha definito, con inusuale franchezza, «ad alto rischio, alta posta e enormi opportunità». È il primo sovrano britannico a varcare la soglia della Casa Bianca con tutti gli onori da quando Elisabetta II fu ricevuta da George Bush nel 2007. Ma quella visita celebrava un’amicizia solida; questa nasce sotto il segno di una crepa profonda tra Londra e Washington, innescata dalla guerra in Iran, dal gelo sulla Nato e dalla minaccia di dazi americani sulla tassa britannica sui servizi digitali. Il presidente Donald Trump, che lo scorso settembre era stato accolto a Londra tra gli sfarzi di una carrozza reale, oggi intende usare il colloquio privato con Carlo III per parlare – ha dichiarato – «di tutto»: dall’Iran all’alleanza atlantica, fino a quella imposta che colpisce i giganti tecnologici americani e contro la quale egli ha già minacciato ritorsioni commerciali.
Accanto alla scenografia ufficiale – il banchetto di Stato, la visita in Virginia per il duecentocinquantesimo anniversario dell’indipendenza americana – un passaggio carico di memoria e di implicazioni politiche si consumerà a New York il 29 aprile. Ai piedi del memoriale dell’11 settembre, il re deporrà una corona in ricordo delle vittime, tra cui sessantasette cittadini britannici. Al suo fianco ci sarà il sindaco democratico socialista Zohran Mamdani, figura lontanissima dalla sensibilità trumpiana. Il suo ufficio ha già precisato che non è prevista alcuna udienza privata con il sovrano, segnando una distanza che, nell’ottica di molti osservatori londinesi, rende ancora più esile il filo su cui si muove la missione reale.
Da Bruxelles e dalle altre capitali europee, Roma inclusa, si segue la visita con un misto di apprensione e attesa. La frattura tra Stati Uniti e Regno Unito non è infatti un affare bilaterale. Un eventuale disimpegno americano dal fianco Nato, ventilato più volte da Trump, minaccerebbe la coesione della difesa collettiva su cui l’Italia e l’intero continente poggiano la loro sicurezza. Se la monarchia britannica – soft power per eccellenza – riuscisse a smussare le asperità, ne beneficerebbe l’intera architettura atlantica. Se al contrario il viaggio naufragasse, secondo gli analisti di Bruxelles, si aprirebbe una stagione di incertezza ancora più pericolosa in un momento in cui il fronte mediorientale già assorbe risorse e attenzioni strategiche.
Non tutti nella stessa Gran Bretagna vedono la visita come un’opportunità. Alcuni parlamentari laburisti hanno chiesto apertamente di annullarla, giudicandola inopportuna mentre la guerra in Iran allontana Londra e Washington e mentre il primo ministro Keir Starmer fatica a mantenere un canale stabile con la Casa Bianca. Da Mosca, dove si osservano con calcolo le turbolenze dell’Occidente, si è sottolineata con malcelato interesse la freddezza istituzionale che circonda l’incontro con il sindaco Mamdani, leggendola come un sintomo delle incrinature interne alla coalizione atlantica.
Eppure, proprio la dimensione cerimoniale potrebbe offrire uno spazio di disgelo che la politica tradizionale ha smarrito. Il re, incontrando Trump in un formato intimo e conviviale, potrà evocare la profondità di un legame che precede le tensioni del momento. Il rischio, tuttavia, è che la spettacolarizzazione della visita ne assorba la sostanza, restituendo l’immagine di un’intesa simulata mentre dossier come la digital tax e l’Iran attendono risposte. L’esito rimane incerto, ma una cosa appare già chiara: la scommessa reale non riguarda solo il destino del «rapporto speciale» anglo-americano, ma la tenuta di un ordine occidentale che proprio nei prossimi mesi dovrà dimostrare di saper reggere all’urto delle sue contraddizioni interne.
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