
La sfilata senza carri armati: il Cremlino svuota la Piazza Rossa
Per la prima volta dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina – e, secondo diverse ricostruzioni, per la prima volta dal 2007 – la parata del 9 maggio sulla Piazza Rossa si svolgerà senza alcuna colonna di mezzi corazzati. L’annuncio, diffuso a tarda sera dal ministero della Difesa russo, ha confermato indiscrezioni che circolavano da giorni: niente carri armati, niente lanciamissili, niente pezzi d’artiglieria semoventi sfileranno sulle pietre del Cremlino. Con una formula tanto sintetica quanto rivelatrice, Mosca motiva la scelta con «l’attuale situazione operativa». Scompaiono anche i reparti di cadetti, allievi delle scuole militari Suvorov e Nakhimov, mentre restano i soli soldati delle accademie superiori e – almeno sulla carta – una parata aerea conclusiva con gli aerei delle pattuglie acrobatiche e i Sukhoi-25 che tingeranno il cielo con i colori della bandiera.
La decisione incrina il racconto di potenza inscenato ogni anno dal Cremlino, che aveva fatto del Giorno della Vittoria il proprio rito fondativo, capace di saldare la memoria della Grande guerra patriottica con l’odierna proiezione di forza. Per quasi due decenni, le immagini dei T-14 Armata, dei missili balistici intercontinentali e dei sistemi antiaerei incedenti accanto alle mura del Cremlino erano state il controcanto simbolico al messaggio di una Russia tornata potenza globale. Oggi quel palcoscenico resta vuoto. Secondo gli analisti indipendenti russi, l’assenza dei carri è il sintomo più tangibile di una guerra che ha prosciugato le riserve di mezzi moderni e costretto lo Stato Maggiore a dirottare tutto il materiale disponibile verso il fronte. Le stesse fonti ricordano che nei forum militari e sui canali Telegram filogovernativi si discuteva già di un drastico ridimensionamento della parata, fino a ipotizzare la cancellazione della componente aerea per il timore di attacchi con droni ucraini o di incidenti di fuoco amico.
Nell’ottica di Bruxelles, questa sfilata di soldati a piedi – ribattezzata con sarcasmo dalla stampa tedesca una «marcia pedonale» – segnala una duplice vulnerabilità: da un lato, la consapevolezza che lo spazio aereo attorno alla capitale non è più così impermeabile da escludere il rischio di una spettacolare violazione proprio nel giorno simbolo; dall’altro, la necessità di non esibire piattaforme come i carri armati che l’industria bellica fatica a rimpiazzare. Alcuni analisti della NATO leggono in questa rinuncia una conferma indiretta che le perdite di materiali hanno raggiunto livelli tali da rendere insostenibile anche il prestito temporaneo di una brigata corazzata per la coreografia propagandistica.
L’ottica di Pechino, interlocutore sempre più decisivo per Mosca, potrebbe registrare la parata dimessa con un certo imbarazzo. La Cina, che ha fatto dei propri cortei militari un biglietto da visita di modernizzazione, osserva con attenzione ogni segnale di logoramento del partner strategico. Sebbene la propaganda russa cerchi di compensare l’assenza fisica dei mezzi mandando in onda sullo schermo gigante della piazza video di soldati impegnati nella «zona dell’operazione speciale», l’effetto è quello di un evento che ammette la propria fragilità mentre prova a negarla.
Per l’Italia e l’Europa, l’immagine di una Piazza Rossa priva di carri armati non è semplicemente una curiosità da cerimoniale. I servizi di sicurezza italiani seguono da tempo l’evoluzione del teatro ucraino come cartina di tornasole della capacità militare russa, e l’assenza di mezzi corazzati dalla parata rappresenta un dato concreto da incrociare con le stime sul riarmo di Mosca. Bruxelles ne trae un monito a non sottovalutare la resilienza del Cremlino, che anche quando riduce la propria esposizione simbolica continua a investire in guerra ibrida, disinformazione e minacce alle infrastrutture critiche del continente. La parata del 2026 entrerà così nella storia non per ciò che mostra, ma per ciò che nasconde: un impero mediatico ancora capace di celebrare la Vittoria, ma costretto a farlo con un esercito che, sulle pietre del mausoleo, non può più permettersi di schierare i suoi simboli migliori.
Con la consueta enfasi, il Cremlino ha già annunciato la presenza di diversi leader stranieri. Ma saranno le immagini di un selciato deserto, attraversato solo da colonne di giovani ufficiali a piedi, a raccontare la parabola di una potenza che ha scelto la guerra come destino e che, per continuarla, rinuncia persino alla scenografia del trionfo.
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