
La Svizzera apre gli archivi su Mengele, ma la memoria del male non si esaurisce
Berna desecreta i fascicoli sul medico nazista. Intanto Yad Vashem restaura la confessione di un poliziotto ebreo, e Meghan Markle onora i bambini uccisi online.
Dopo decenni di reticenze, la Svizzera ha ceduto alle pressioni degli storici: l'intelligence federale di Berna ha annunciato la desecretazione dei fascicoli su Josef Mengele, l'«Angelo della morte» di Auschwitz, senza però fissare una data precisa per la consultazione. Secondo gli analisti di Bruxelles, il gesto arriva tardi – Mengele morì in Brasile nel 1979 – ma segna un passaggio significativo nella lunga lotta per la trasparenza sui crimini nazisti. I documenti potrebbero finalmente chiarire se il medico delle Waffen-SS, fuggito in Sudamerica grazie a un falso lasciapassare della Croce Rossa, abbia effettivamente soggiornato in territorio elvetico mentre su di lui pendeva un mandato d'arresto internazionale. La decisione di Berna, salutata con cautela dai centri di ricerca di Gerusalemme e Varsavia, riaccende il dibattito sul rapporto tra neutralità e complicità.
Intanto, a ricordare che la Shoah non è solo una questione di carnefici, arriva dalla stessa Gerusalemme un gesto di restituzione della parola alle vittime. Yad Vashem ha pubblicato una nuova e più accurata traduzione del memoriale di Calel Perechodnik, un poliziotto ebreo del ghetto di Otwock che nel 1943, nascosto a Varsavia, si interrogava con lancinante sincerità: «Sono un assassino?». Non un'opera letteraria, ma una confessione nuda, in cui l'autore sapeva di non sopravvivere. Per gli studiosi israeliani, questo documento è lo specchio dell'ambiguità tragica in cui la sopravvivenza costringeva a scegliere; una memoria che si intreccia con quella di Mengele, perché entrambi parlano del medesimo abisso.
Forse non è un caso che proprio in Svizzera, nello stesso paese che apre gli archivi sul passato, si svolga oggi una cerimonia che guarda al futuro. La duchessa di Sussex, Meghan Markle, parteciperà a Ginevra all'inaugurazione del Lost Screen Memorial, un'installazione di cinquanta lightbox che riproducono le schermate dei telefoni di bambini uccisi dalla violenza online. Con lei il direttore dell'Organizzazione mondiale della sanità, Tedros Adhanom Ghebreyesus, a sottolineare che il memoriale è co-ospitato da Archewell e dall'OMS. Nell'ottica di Ginevra, il parallelismo è voluto: la memoria del male storico non deve far dimenticare le nuove forme di violenza, digitali e sistematiche, che colpiscono i più piccoli.
Osservando la vicenda da Roma, emerge una duplice lezione per l'Europa. Da un lato, la fatica delle istituzioni – come la Svizzera – a fare i conti con il proprio passato di connivenze: un monito che riguarda anche l'Italia, dove le pagine del ventennio fascista attendono ancora piena archiviazione storica. Dall'altro, la necessità di un impegno generazionale contro ogni forma di prevaricazione, ieri come oggi. Se le carte di Mengele potranno finalmente dirci la verità su un fuggiasco protetto, la confessione di Perechodnik e il memoriale di Ginevra ci ricordano che la memoria è un atto vivo, che si rinnova e si sposta. Il vero banco di prova, per Bruxelles come per Berna, sarà tradurre questo patrimonio in politiche concrete di prevenzione, dalle aule scolastiche alle piattaforme digitali.
| Stampa europea continentale | −0.30 | critical |
|---|---|---|
| Stampa israeliana | −0.50 | critical |
Il servizio d’intelligence federale svizzero ha annunciato la desecretazione dei fascicoli su Josef Mengele, il medico nazista soprannominato 'Angelo della morte' per le sue atrocità ad Auschwitz. La notizia viene presentata come un passo amministrativo di routine, senza enfasi solenne, sottolineando il carattere fattuale della divulgazione. Gli articoli menzionano le visite di Mengele in Svizzera e l’assenza di una data precisa per la consultazione, inquadrando la vicenda come una misura di trasparenza tardiva ma non eccezionale.
Una confessione recentemente restaurata di Calel Perechodnik, un poliziotto ebreo del ghetto, viene messa in risalto da Yad Vashem come una testimonianza grezza e non rifinita dell’agonia morale durante l’Olocausto. L’articolo si concentra sulla colpa personale e sulle scelte impossibili di chi era stretto tra sopravvivenza e collaborazione. La chiave di lettura è fortemente emotiva e introspettiva, privilegiando il dovere di ricordare voci complesse e dolorose piuttosto che archivi statali o azioni ufficiali.
Allarga lo sguardo
Il Senato Usa approva sanzioni dure contro Mosca e Teheran, ora la Camera
7 lingue · 36 testate
Da Economy & MarketsDazi USA del 15% sul polisilicio: la mossa di Trump per contrastare il dominio cinese
4 lingue · 16 testate
Da TechnologyAmazon finanzia in Texas una maxi-centrale a gas per l’IA: emissioni record
5 lingue · 10 testate