
La Svizzera si allinea a Rabat: l’autonomia per il Sahara diventa la base più seria
Berna ha compiuto un passo che ridisegna gli equilibri diplomatici attorno al Sahara occidentale. In un comunicato congiunto firmato dal consigliere federale Ignazio Cassis e dal ministro degli Esteri marocchino Nasser Bourita, la Confederazione elvetica ha definito il piano di autonomia presentato da Rabat «la base più seria, credibile e pragmatica» per risolvere la controversia. Un’adesione netta, che segue l’approvazione della risoluzione 2797 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e che colloca la Svizzera accanto a quei Paesi europei – Spagna, Germania, Francia – che negli ultimi anni hanno progressivamente abbandonato l’ambiguità per sposare la visione marocchina.
L’iniziativa svizzera non è casuale. Per decenni la neutralità elvetica ha impedito prese di posizione esplicite su dossier coloniali: oggi, invece, Berna non si limita a sostenere il processo dell’ONU, ma riconosce che «un’autonomia reale sotto sovranità marocchina può costituire una delle soluzioni più praticabili». Una frase che suona come un avallo politico, non solo tecnico, e che apre la strada a un possibile cambio di postura anche in altri Paesi nordici finora cauti, come la Svezia o la Finlandia.
Dal punto di vista di Rabat, il sostegno svizzero rappresenta un tassello fondamentale nella strategia di consolidamento internazionale del proprio piano. Il Marocco ha investito molto nella normalizzazione dei rapporti con le capitali europee, usando la leva migratoria e quella energetica come moneta di scambio. Il fatto che la Svizzera, Paese non membro dell’Unione Europea ma osservatore privilegiato, si schieri con Rabat manda un segnale a Bruxelles: la linea di mediazione sostenuta dall’Alto rappresentante Josep Borrell rischia di rimanere isolata se non si allinea al consenso crescente attorno all’opzione autonomistica.
Per l’Italia, il dossier sahariano è da sempre un nodo di politica estera gestito con prudenza. Roma ha finora mantenuto un profilo equilibrato, attenta a non irritare né Rabat né Algeri, da cui dipende in parte la sicurezza energetica. Ma con la Svizzera che accelera, e con la Francia che ha già riconosciuto la sovranità marocchina, il governo Meloni potrebbe trovarsi a dover scegliere. Qualche settimana fa il ministro Tajani ha evocato la necessità di una «soluzione politica negoziata»: formula vaga che ora rischia di apparire superata dagli eventi.
In prospettiva, la mossa elvetica potrebbe accelerare il dibattito al Consiglio di Sicurezza, dove il rinnovo del mandato della MINURSO è previsto per l’autunno. Se Berna, con il suo peso diplomatico, spingerà per un linguaggio sempre più favorevole a Rabat, Algeri si troverà con meno margini di manovra. La partita, insomma, si gioca su un doppio binario: quello negoziale ufficiale, ormai in stallo da anni, e quello delle volontà politiche, dove il consenso intorno all’autonomia marocchina si allarga come un’onda lunga.
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