
La tentazione del complotto e un’America che non crede più a se stessa
L’uomo che sabato sera ha tentato di irrompere armato al ricevimento dei corrispondenti della Casa Bianca, a Washington, non è riuscito a portare a termine quello che sarebbe stato un massacro destinato a cambiare la storia. È stato arrestato prima di entrare nella sala del Washington Hilton, dove si trovavano il presidente Donald Trump e buona parte della sua amministrazione. Si tratta del terzo attentato confermato in meno di due anni — dopo quello in Pennsylvania e un altro episodio ancora più recente — un dato che da solo racconta quanto la violenza sia ormai un’ombra fissa sulla professione presidenziale americana, che conta quattro presidenti assassinati in servizio. Eppure, la reazione del paese non è stata unitaria: si è divisa immediatamente lungo le stesse fratture che il gesto pretendeva di colpire.
Nelle ore successive, il fronte repubblicano e gli apparati della Casa Bianca hanno puntato il dito contro la retorica degli avversari. La portavoce Karoline Leavitt ha letto un catalogo di epiteti — «fascista», «nazista», «dittatore» — sostenendo che queste parole costituiscono un’istigazione sistemica alla violenza politica. Paradossalmente, però, quello stesso campo non ha speso una parola sulla ferocia verbale che il tycoon ha cavalcato per anni, con inviti a colpire i giornalisti, promesse di vendetta e delegittimazione delle istituzioni. Secondo osservatori di Washington, il tentativo di monopolizzare la definizione di ciò che è lecito dire rivela una strategia più che una riflessione: si può accusare chiunque di qualsiasi cosa, ma chiamare «fascisti» i militanti MAGA diventa automaticamente un crimine. Questa asimmetria, che negli ambienti diplomatici europei viene letta come un sintomo di maturità democratica in caduta, non fa che approfondire il solco.
I numeri confermano che la violenza politica negli Stati Uniti è in crescita costante. Da diverse angolazioni, gli analisti di Bruxelles e i centri studi sulla polarizzazione rilevano una tendenza che va oltre i singoli episodi: omicidi politici, minacce a funzionari eletti, aggressioni durante comizi sono sempre più frequenti. Non è un caso che l’FBI abbia rafforzato le task force dedicate. Eppure, osservare questa escalation solo come una questione di sicurezza sarebbe riduttivo. Il quotidiano progressivo di Sydney, da quella lontana sponda, ha raccontato come persino i vicini di casa dei giornalisti, elettori liberal e sofisticati, fossero convinti che l’attentato fosse una messinscena organizzata dall’amministrazione per suscitare simpatia o giustificare una stretta autoritaria. La percezione del falso, figlia della post-verità, corrode il patto tra cittadini e realtà, rendendo ogni tragedia un palcoscenico per il sospetto.
Chi conosce la storia repubblicana sa che altre democrazie mature hanno attraversato stagioni di violenza politica senza smarrirsi. Ma qui il fenomeno è accelerato dalla crisi di legittimità delle élite e dalla radicale polarizzazione, come notano gli intellettuali italiani che da tempo studiano l’erosione delle democrazie liberali. Il tycoon non ha inventato questa crisi, l’ha cavalcata e amplificata, traendone vantaggio in termini di mobilitazione identitaria. Tuttavia, a differenza del passato, questo ennesimo attentato rischia di non produrre scosse nell’opinione pubblica perché il paese appare apatico e spaccato in due universi informativi che non comunicano. Non gioverà al presidente in carica, ma non smuoverà neppure i suoi avversari: l’America si è come assuefatta all’eccesso.
Per l’Italia e per l’Europa, la deriva americana non è uno spettacolo lontano. La tenuta delle istituzioni statunitensi ha sempre rappresentato un pilastro della stabilità transatlantica, dalla NATO ai rapporti commerciali. Quando a Washington il conflitto politico assume le forme della guerriglia simbolica e reale, il riflesso immediato è un indebolimento della leadership occidentale, puntualmente sfruttato dalle autocrazie. Gli osservatori di Bruxelles temono che un’America distratta dalla propria guerra civile fredda non riesca più a orchestrare quella regia delicata che serve nei dossier ucraino e mediorientale. Per l’Europa e per Roma, diventa allora urgente rafforzare le proprie difese democratiche, coltivando un discorso pubblico che non sacrifichi la complessità sull’altare dello scontro, e ricordando che una democrazia può morire anche quando si continua a votare, se la verità smette di essere un bene comune.
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