
Lo scandalo escort e i calciatori: Leao rompe il silenzio, ma l'ombra resta
È stato Rafa Leao, attaccante portoghese del Milan, il primo a rompere il silenzio tra la settantina di calciatori di Serie A i cui nomi sono emersi nell'inchiesta della Procura di Milano sul giro di escort di lusso gestito dalla società Ma.De. dei due impresari Debora Ronchi ed Emanuele Buttini, finiti ai domiciliari con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento e allo sfruttamento della prostituzione. Con un post sui social, il 26enne padre di due gemelli ha dichiarato di essere «totalmente estraneo ai fatti», di non aver «commesso alcun reato» e di pretendere che il suo nome non venga «accostato in modo arbitrario e superficiale» alla vicenda. Parole che suonano come un tentativo di prevenire il danno reputazionale prima che la macchina giudiziaria faccia il proprio corso, ma che già evocano, nell’ottica degli osservatori milanesi, il nodo più delicato: in un’Italia in cui il dibattito sulla violenza di genere e sullo sfruttamento delle donne è diventato terreno di scontro politico, vedere i nomi dei beniamini del pallone associati a un giro di prostituzione rischia di alimentare una narrazione tossica, anche quando – come in questo caso – nessuno dei calciatori è indagato.
I legali di Riccardo Calafiori, altro nome coinvolto, hanno subito ribadito la loro «totale estraneità all’indagine in tutto e per tutto», mentre la Procura, dal canto suo, mantiene il riserbo. Ma è proprio la distanza tra l’ombra dell’inchiesta e la certezza del diritto a generare l’attrito. Da Bruxelles, dove il Parlamento europeo ha da poco approvato una risoluzione che chiede agli Stati membri di criminalizzare il pagamento di prestazioni sessuali, la vicenda milanese viene letta come un ulteriore tassello della difficoltà di conciliare libertà individuali e dignità della persona in un settore – quello del calcio professionistico – che non ha mai saputo metabolizzare le proprie zone grigie.
E mentre a Roma il ministro dello Sport resta in silenzio, in attesa che i fatti vengano accertati, il vero rischio, per il calcio italiano, è che lo scandalo – al di là delle responsabilità penali – finisca per consolidare l’immagine di un ambiente narcisista e impermeabile alle istanze di rispetto che la società civile, in Italia come in Europa, chiede sempre più forte. Leao e Calafiori hanno fatto la scelta più prudente: prendere le distanze, chiamare avvocati, prevenire. Ma se l’inchiesta – come sembra – si estenderà oltre i quattro arresti, il confine tra reputazione e verità giudiziaria diventerà ancora più sottile, e per il mondo del pallone sarà difficile continuare a nascondersi dietro il paravento del «non siamo indagati».
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