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venerdì 24 aprile 2026

La preghiera degli haredim a Marrakech riaccende il dibattito tra libertà e rispetto

La diffusione di un video che mostra un gruppo di ebrei haredim intenti a pregare davanti alla storica porta Bab Dkala a Marrakech ha acceso un acceso dibattito in Marocco, diviso tra difensori della libertà di culto e critici che parlano di provocazione. Il gesto, compiuto da turisti provenienti dagli Stati Uniti secondo quanto riferito dal presidente della comunità ebraica di Marrakech, Jackie Kaddouch, ha innescato reazioni opposte: alcuni attivisti marocchini hanno simbolicamente ripulito il muro, considerato “contaminato” dalla preghiera in uno spazio non dedicato, mentre l’Unione dei cristiani marocchini è intervenuta a difesa del principio di libertà religiosa.

La controversia non riguarda la presenza della comunità ebraica in Marocco, storicamente radicata e protetta dalla legge. Lo sottolinea il ricercatore in scienze islamiche Hassan Moussa, secondo cui i cittadini ebrei marocchini godono di pieni diritti, inclusa la pratica del culto nelle proprie sinagoghe. Il nodo, spiega, è il contesto: la preghiera in uno spazio pubblico e simbolico, senza il dovuto rispetto per le sensibilità locali, ha trasformato un atto religioso in una scintilla politica. Dal punto di vista delle autorità marocchine, il paese ha sempre garantito la libertà di culto, ma la gestione dello spazio pubblico richiede equilibri delicati, specialmente in un regno musulmano che tutela anche le minoranze.

Osservando la vicenda da una prospettiva mediterranea, l’eco del caso arriva anche in Europa, dove il rapporto tra libertà religiosa e spazio pubblico è tema costante. Bruxelles segue con attenzione la gestione marocchina del pluralismo, mentre in Italia il dibattito richiama analogie con episodi analoghi legati a manifestazioni pubbliche di fede. La sfida per Rabat sarà trovare un punto di sintesi: ribadire la tradizione di tolleranza senza cedere a pressioni populiste, ma anche evitare che atti privati diventino vetrine di scontro identitario. In un’epoca in cui ogni gesto viene filmato e amplificato, la lezione di Marrakech parla a tutto il Mediterraneo.

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La preghiera degli haredim a Marrakech riaccende il dibattito tra libertà e rispetto

La diffusione di un video che mostra un gruppo di ebrei haredim intenti a pregare davanti alla storica porta Bab Dkala a Marrakech ha acceso un acceso dibattito in Marocco, diviso tra difensori della libertà di culto e critici che parlano di provocazione. Il gesto, compiuto da turisti provenienti dagli Stati Uniti secondo quanto riferito dal presidente della comunità ebraica di Marrakech, Jackie Kaddouch, ha innescato reazioni opposte: alcuni attivisti marocchini hanno simbolicamente ripulito il muro, considerato “contaminato” dalla preghiera in uno spazio non dedicato, mentre l’Unione dei cristiani marocchini è intervenuta a difesa del principio di libertà religiosa.

La controversia non riguarda la presenza della comunità ebraica in Marocco, storicamente radicata e protetta dalla legge. Lo sottolinea il ricercatore in scienze islamiche Hassan Moussa, secondo cui i cittadini ebrei marocchini godono di pieni diritti, inclusa la pratica del culto nelle proprie sinagoghe. Il nodo, spiega, è il contesto: la preghiera in uno spazio pubblico e simbolico, senza il dovuto rispetto per le sensibilità locali, ha trasformato un atto religioso in una scintilla politica. Dal punto di vista delle autorità marocchine, il paese ha sempre garantito la libertà di culto, ma la gestione dello spazio pubblico richiede equilibri delicati, specialmente in un regno musulmano che tutela anche le minoranze.

Osservando la vicenda da una prospettiva mediterranea, l’eco del caso arriva anche in Europa, dove il rapporto tra libertà religiosa e spazio pubblico è tema costante. Bruxelles segue con attenzione la gestione marocchina del pluralismo, mentre in Italia il dibattito richiama analogie con episodi analoghi legati a manifestazioni pubbliche di fede. La sfida per Rabat sarà trovare un punto di sintesi: ribadire la tradizione di tolleranza senza cedere a pressioni populiste, ma anche evitare che atti privati diventino vetrine di scontro identitario. In un’epoca in cui ogni gesto viene filmato e amplificato, la lezione di Marrakech parla a tutto il Mediterraneo.

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